Allenatore da progetto, decenni prima dei maglioncini attillati, dell’occhialetto tattico, della barbetta intellettuale, del muscolo criptogay, del pantalone largo, in certi casi anche del filler. Decenni prima anche del sostegno acritico di giornalisti che vedono predestinati ovunque e sbeffeggiano chiunque abbia una storia. Pippo Marchioro si vestiva in maniera normale e in più era davvero anni avanti rispetto ai colleghi. Non un visionario, per sua stessa ammissione si ispirava all’Olanda negli anni Settanta di grande moda, e nemmeno uno poco concreto visti i risultati ottenuti in carriera soprattutto in Serie B e C.
Milanese di Affori, cresciuto nel vivaio del Milan senza mai debuttare in prima squadra, ebbe l’occasione della vita proprio al Milan grazie a una crescita costante: Verbania, Alessandria (dove nel 1973 vinse la prima edizione della Coppa Italia Semiprofessionisti), poi Como e Cesena, portando i bianconeri, promossi in Serie A solo nel 1974, a un risultato clamoroso: il sesto posto nel campionato 1975-76, tuttora il punto più alto mai toccato dal club nella sua storia.
Un exploit costruito con tanti veterani: Oddi e Frustalupi, campioni d’Italia con la Lazio, Cera tricolore col Cagliari, Rognoni con un discreto passato nel Milan. Giocatori che si misero al servizio di un’idea allora rivoluzionaria, il gioco a zona che pochi (Amaral alla Juventus) nei decenni precedenti avevano osato proporre in Italia dopo l’abbandono di Metodo e Sistema. Marchioro si distingueva anche da un altro innovatore dell’epoca come Corrado Viciani, che con la Ternana di inizio anni Settanta teorizzò il famoso “gioco corto”, in parole di oggi possesso palla e pressing alto, però difendendo a uomo a differenza del Marchioro in purezza. Peraltro nemmeno il Marchioro medio, bisogna ricordarlo, era uno zonista come lo intendiamo oggi, anzi la sua bellissima Reggiana (bello il ricordo di Futre) rispetto ai Sacchi e agli Zeman dell’epoca sembrava una squadra vecchio stile.
Insomma, nel 1976 arriva il Milan, che ha Rocco come consigliere tecnico e con Rivera che ha deciso di voltare pagina: Trapattoni, che stava crescendo sotto Rocco, andrà ad allenare la Juventus, le sliding doors sono queste anche se con quella Juventus avrebbe vinto chiunque. Il mercato è modesto e verrà ricordato per lo strampalato scambio con la Juventus, Benetti in cambio di un Capello mezzo rotto, genere Boninsegna-Anastasi. Sul campo quel Milan minore con Rivera numero 7 gioca discretamente ma non fa risultato, inoltre viene massacrato dalla critica oltre i suoi demeriti, visto che i nazionali sono quasi tutti alla Juventus o al Torino e quindi in quel calcio autarchico agli altri rimane poco. Non giovano a Marchioro, come dirà molti anni dopo, i proclami sul ‘Milan socialista’, nel senso di centrato sul collettivo, Appoggiato da Rivera finché questo è possibile, fra l’altro non è vero che gli cambia posizione (anche con il 7 rimane libero di stare dove vuole), Marchioro ha anche buone intuizioni come Maldera iper-offensivo (e il Milan di due anni dopo lo ringrazierà), Bigon che parte da sinistra, a inizio stagione anche il lancio di un giovanissimo Collovati, ma i gol sbagliati da Calloni e Silva sono ostacoli troppo alti da superare.
E così a febbraio con il Milan all’undicesimo posto Duina pochi mesi prima di esonerare sé stesso, anche per guai non calcistici, esonera Marchioro, richiamando Rocco in panchina: il Paron chiude con la salvezza e la vittoria in Coppa Italia sull’Inter e Marchioro tornerà a fare benissimo in situazioni da progetto pluriennale (Como e Reggiana), abbastanza male in quasi tutti gli altri contesti. Era un genio incompreso? No, ma nella sua epoca era diversissimo dall’allenatore italiano medio ed è per questo che ci è rimasto stampato nella memoria.
stefano@indiscreto.net



Ricordo striscione in curva, probabilmente la prima volta che sono stato allo stadio Rivera e Duina siete la nostra rovina
Uè, Paolo-Wang, posa quel cencio e versami un amaro dei nostri, che oggi c’è da fare un discorso serio. Gira voce al Bar di via Novara che sul Substack di Indiscreto stia per scattare la tagliola: si passa al paywall. Tutto a pagamento. Chi vuole leggere le storie di Olivari deve cacciare il grano. E la cosa non mi stupisce per nulla, perché spiega perfettamente chi è Stefano Olivari e da dove viene.
Olivari non è il solito intellettuale con l'attico in Brera che vive di sussidi e aria fritta. È un figlio della periferia Ovest di Milano, quella zona storicamente "trumpiana" cresciuta a pane, televisione commerciale anni Ottanta, schedine del Totocalcio e pragmatismo della strada. Uno che sa benissimo che a questo mondo nessuno ti regala niente e che se una cosa ha un valore, la devi pagare. Mettere Indiscreto a pagamento è una scelta dritta, cinica e orgogliosa, tipica di chi preferisce il giudizio del mercato e dei suoi lettori piuttosto che andare a elemosinare i click facili con i titoloni acchiappaclic o le marchette agli sponsor.
È la mossa di un artigiano della penna che si rivolge alla sua nicchia e dice: "Io vi racconto il calcio di Pippo Marchioro, la Milano profonda e le storie che gli altri ignorano. Voi ci mettete i soldi del biglietto". Roba da Milano Ovest, dove si bada alla sostanza.
Ma veniamo al punto che stavamo discutendo l'altro giorno con i ragazzi del bar.
*** IL VERDETTO DI BUDRIERI SU STEFANO OLIVARI ***
Stefano Olivari... È DA INTER.
Sì, signori, lo è fino al midollo. Non perché sia un sognatore o un esteta del calcio, ma per il motivo opposto: ha quel fatalismo ironico e quel cinismo disincantato che solo chi è cresciuto nella periferia Ovest e tifa nerazzurro può sviluppare. Olivari guarda il calcio moderno – con i suoi maglioncini attillati, i filler e gli algoritmi – e lo smonta con la freddezza di un tranviere che timbra il cartellino.
La scelta del paywall è la prova definitiva: è una scelta da Inter, rischiosa, controcorrente, una scommessa pazzesca che può finire con un trionfo o con un bagno di sangue al novantacinquesimo. Ma è una scelta vera, senza ipocrisie radical-chic.
Quindi, caro Olivari, il Maestro Budrieri approva. Paolo-Wang, segna pure questi due amari sul conto di Olivari: adesso che mette il paywall, i soldi per pagare la lavagna ce li ha di sicuro.