Sostituzione etnica a Milano
In quale altra città italiana un terzo degli abitanti è cambiato nel giro di dieci anni? Con effetti su consumi, prezzi e politica...
Qualche mese fa, sul vecchio Indiscreto, scrivendo del bellissimo libro di Lucia Tozzi L’Invenzione di Milano, prospettiva di sinistra ma argomentazioni trasversali, avevamo citato quella sorta di sostituzione, etnica e soprattutto sociale, che rende Milano diversa da tutte le altre città italiane. In meglio o in peggio giudicate voi, come ai tempi di Telepiù. Dati confermati dal recente studio del Comune, di cui hanno parlato un po’ tutti e che la nostra anima divisa in due (per 40 anni fermata MM Primaticcio, gli ultimi 10 Conciliazione, 3 Abbiategrasso che ai tempi non c’era, 4 altre residenze) potrebbe sintetizzare così: negli ultimi dieci anni, quelli della Milano post EXPO e pre Olimpiadi, la popolazione è aumentata di oltre quasi 88.000 unità arrivando a 1.407.000 residenti, ed è però cambiata di un terzo. 488.000 nuovi residenti, in questo arco di tempo, con 400.000 per così dire emigrati, spesso (nel 31% dei casi) in un paese vicino.
Una città che a dispetto dei prezzi attira soprattutto i giovani, evidentemente finanziati dai genitori, a parte qualche calciatore: la fascia 19-34 anni ha avuto 109.000 arrivi in più rispetto alle partenze. L’identikit dei nuovi arrivati: per il 27,5% dalla Lombardia, per il 35,5% da altre regioni, per il 31 dall’estero. Ci siamo già rotti le palle di copiare numeri, rimandiamo al resto del web per gli altri e andiamo direttamente alla nostra sintesi. Che è la seguente: a molti di quelli che vivono a Milano mediamente di Milano non frega un cazzo perché si sentono di passaggio. Un discorso che si riflette sui consumi, sui prezzi e ovviamente sulla politica.
Il primo aspetto è reso evidente dal boom del food, in tutte le sue forme, anche al di là del normale riciclaggio della camorra, a cui noi società civile rispondiamo con la riscoperta della pizza bruciacchiata e bassa alla egiziana. Dappertutto bar, baretti, ristorantini, dehors, spazi per eventi, eccetera, un mondo che più si va verso il centro più si fonde con abbigliamento del cazzo, accessori del cazzo, profumerie del cazzo, negozi monomarca del cazzo o comunque di catena (del cazzo, ça va sans dire). Questo in teoria, perché in pratica i giornalisti che si bagnano per qualsiasi cagata in sharing nemmeno alzano gli occhi per osservare la miriade di spazi commerciali in affitto, ad esempio da piazza Missori in direzione Sud, tanto per non andare sulle solite periferie tristarelle come la nostra. Eppure Inter e Milan sono convinte che ci sia un grande bisogno di nuovi spazi commerciali, con i mall che stanno fallendo in tutto il mondo (sotto la testata di Indiscreto abbiamo deciso di mettere la più volte citata domanda del professor Scoglio: dilettanti allo sbaraglio o professionisti in malafede?) e che da noi sono ormai riserva di caccia per maranza.
Scontato il discorso sui prezzi: se la casa diventa un investimento e basta, e un Sinner compra due appartamenti in Corso Venezia con il mutuo (ma non Intesa San Paolo!) senza stare a tirare sulla cifra, è logico che quasi tutti diventeranno di passaggio a meno che non sfondino in una delle poche professioni redditizie. E la politica? Chi è di passaggio è più sensibile al greenwashing e a slogan in inglesorum, senza contare il cambiamento del corpo elettorale: di base il nuovo ‘non milanese’ (perché giustamente non vede l’ora di andarsene, a differenza di chi arrivava nei decenni precedenti, senza arrivare a Rocco e i suoi fratelli) preferisce un sindaco che li convinca di vivere nel migliore dei mondi possibili, non uno sceriffo e meno che mai uno attento alle condizioni di vita della piccola borghesia (che scappa) e degli operai (che non ci sono più), sbeffeggiati prima di tutto dai figli tiktoker, fino a 35 anni considerati fragili.
stefano@indiscreto.net



Io me ne sono andato (per ragioni familiari) da Milano a fine 2021. In precedenza ci avevo vissuto per 18 lunghi anni, dal 2003 in poi, anche se la frequentavo già attivamente fin dal 1992 (primo concerto visto: gli U2 dello 'Zoo TV' al Forum d'Assago, il giorno prima dell'attentato a Falcone). Risultato? Dopo il primo anno in provincia in cui ho sentito poco o meno il distacco (onda lunga del Covid e di quei 18 mesi passati in casa), ora sono ampiamente conscio di aver fatto una delle cazzate più grandi di tutta la mia vita. A volte mi consolo dicendomi che non sono mai andato aldilà di un monolocale ed è dura formare una vera famiglia (con due gatte!) nello spazio di 30 mq, eppure la provincia in cui vivo è ormai al 90% lavoro pubblico (con ciò che ne consegue...), invidia sociale totalmente ingiustificata (roba da far fatturare gli psicologi), la solita politichetta clientelare, analfabetismo ecc. Romantica, affascinante e decisamente struggente la facciata dei Bruce Springsteen e degli Stephen King quando esprimono ammirazione per il loro New Jersey e Maine. Certo, col jet privato che ti porta a New York o a Boston in mezz'ora, sarei buono a farlo anch'io.
@nicola, adesso ti svelo un segreto: mi dice un uccellino che qua dentro c'è gente che può comprarsi il tuo buco in San Babila (no pun intended) e tenerlo vuoto a sfregio mentre allo stesso tempo è ben felice di lasciare una città che ha amato come una mamma ma oggi trova popolata da gente del cazzo, amministrata da gente del cazzo e, quel che è più grave, concepita per gente del cazzo. Metà della quale, per aggiungere un corollario regolarmente omesso dai cantori della #bellamilano, ci vive senza poterselo permettere - magari in un bel monolocale vista scambi ferroviari - e perciò fa una vita da pezzente. Quindi, con la retorica del "andare via da Milano è una sconfitta" anche basta.
@Direttore, oltre al libro dell'amica Lucia Tozzi le consiglio vivamente "Turisti a casa nostra" di un altro amico (Antonio Di Siena). E chi non lo legge è un Peluchetti.