Al millesimo ‘Gli americani hanno preso il football degli inglesi e lo hanno chiamato soccer’ del nostro telecronista dodicenne cresciuto con i longform su Bielsa che trasforma ogni posto in un piccola Rosario (altro record: avere allenato la peggiore Argentina, quella del 2002, e il peggior Uruguay, quello di adesso, della storia) tutta le generazione X che è in noi è stata spinta a ricordare, senza bisogno di scopiazzare qua e là in stile ‘Cazzullo vi racconta il vero Modric’, che almeno fino agli Ottanta del Novecento gli inglesi chiamavano il calcio anche soccer, oltre che football.
Il livello dei commenti a questo post è talmente alto (non sto ironizzando), che l'unica cosa che mi sento di dire è che anche a Bologna lo chiamano soccmer
Su World Soccer ho un aneddoto… lo compravo anch’io e nelle pagine degli annunci notai che mancavano sempre gli italiani. Quindi mandai richiesta di pubblicare un mio annuncio dichiarandomi disponibile per scambio di materiale (sciarpe, magliette, vecchie riviste…)… qual era il problema: avevo 15 anni (pochi soldi e genitori mal disposti) e lo pubblicarono dopo mesi di attesa nel numero successivo ai mondiali del 1990, in pieno delirio per le cose italiane. Ricevetti così tante richieste che il postino nel paese dove vivevo dichiarò di non poter stare dietro allo smistamento… pur dopo 3 traslochi ho ancora scatoloni pieni di sciarpe e pin di squadre dai più astrusi. Ricordo con affetto una maglia dell’Ipswich 90-91 con sponsor Fisons.
World Soccer l'ho comprato per anni all'edicola di Piazza Grimana, davanti all'Università per Stranieri (che prima di essere sbeffeggiata in mondovisione per l'esame truccato di Suarez è stata la più illustre istituzione di questa città).
Era un oggetto potente. Appena lo sfogliavi ti eri già dimenticato delle chiacchiere del Processo del Lunedì, delle interviste del Corriere dello Sport, degli equilibrismi della Gazzetta, di tutto il campanilismo ottuso dei bar di provincia.
Aveva la carta sottile, come un messale. E, come un messale, non ti doveva vendere niente. Si capiva che l'unico scopo era proprio raccontare il calcio ai lettori. Senza trucchi, senza banalizzazioni, senza enfasi, senza politica.
Era pieno di cose imprevedibili, poteva dedicare 4 pagine al Club Marconi, ma anche di cose mainstream che però erano sempre spiegate a livello accademico.
Negli anni Novanta volevo presentarmi nella loro redazione per vedere che facce avessero quei giornalisti così diversi, così migliori. Chi erano? Me li immaginavo un po' eredi della swinging London e un po' contributors della Lonely Planet.
Non l'ho mai fatto. Grande rimpianto.
I miei preferiti erano Keir Radnedge (offriva sempre quello spunto a cui non avresti mai pensato), Tim Vickery (raccontava il calcio brasiliano con rigore, senza mistica) e il vecchio guru Brian Glanville, che ogni tanto trovavo su La Nazione. Forse semplicemente perché amava l'Italia, per il Chianti o per Rivera, chissà.
Ultimamente tende a dare più spazio a chi è più grande, ma l'anima in gran parte è rimasta... ai giganti citati aggiungerei Eric Batty, specialista in tutto, e Jonathan Wilson quando ancora non era famoso... comunque stravincono sempre con quel tono asciutto, da inglesi di una volta (o meglio: da come noi ci immaginiamo gli inglesi di una volta), vagamente ironico. distaccato e colonialistico... meraviglioso.
Anche l'International Soccer del Commodore 64, che ho giocato fino alla morte sfruttando il suo evidente bug (con un minimo di pratica tirando sul primo palo si segnava SEMPRE), aveva uno sviluppatore inglese. Andrew Spencer...
Non dimentichiamo Sensible Soccer
Il livello dei commenti a questo post è talmente alto (non sto ironizzando), che l'unica cosa che mi sento di dire è che anche a Bologna lo chiamano soccmer
Senza contare che il Subbuteo era il "table soccer "
Su World Soccer ho un aneddoto… lo compravo anch’io e nelle pagine degli annunci notai che mancavano sempre gli italiani. Quindi mandai richiesta di pubblicare un mio annuncio dichiarandomi disponibile per scambio di materiale (sciarpe, magliette, vecchie riviste…)… qual era il problema: avevo 15 anni (pochi soldi e genitori mal disposti) e lo pubblicarono dopo mesi di attesa nel numero successivo ai mondiali del 1990, in pieno delirio per le cose italiane. Ricevetti così tante richieste che il postino nel paese dove vivevo dichiarò di non poter stare dietro allo smistamento… pur dopo 3 traslochi ho ancora scatoloni pieni di sciarpe e pin di squadre dai più astrusi. Ricordo con affetto una maglia dell’Ipswich 90-91 con sponsor Fisons.
Manca 'Perché in Italia si chiama CALCIO' (con l'inevitabile nota su 'giuoco' in FIGC) e abbiamo finito
in realtà la discussione è sul buon giornalismo sportivo, un po' diverso dalle bacchettate a palestra
"Che mestiere fai? Oh no, aspetta, fammi indovinare : io ho un sesto senso per indovinare i mestieri. Vendi tappeti?"
"Quasi. Sono un giornalista sportivo." (La Dea dell'Amore, 1995)
Anche gli irlandesi spesso usano soccer perché football è associato al calcio gaelico
Tutto sacrosanto. Io per fortuna sto evitando i dodicenni ma anche i trentenni. E oltre.
World Soccer l'ho comprato per anni all'edicola di Piazza Grimana, davanti all'Università per Stranieri (che prima di essere sbeffeggiata in mondovisione per l'esame truccato di Suarez è stata la più illustre istituzione di questa città).
Era un oggetto potente. Appena lo sfogliavi ti eri già dimenticato delle chiacchiere del Processo del Lunedì, delle interviste del Corriere dello Sport, degli equilibrismi della Gazzetta, di tutto il campanilismo ottuso dei bar di provincia.
Aveva la carta sottile, come un messale. E, come un messale, non ti doveva vendere niente. Si capiva che l'unico scopo era proprio raccontare il calcio ai lettori. Senza trucchi, senza banalizzazioni, senza enfasi, senza politica.
Era pieno di cose imprevedibili, poteva dedicare 4 pagine al Club Marconi, ma anche di cose mainstream che però erano sempre spiegate a livello accademico.
Negli anni Novanta volevo presentarmi nella loro redazione per vedere che facce avessero quei giornalisti così diversi, così migliori. Chi erano? Me li immaginavo un po' eredi della swinging London e un po' contributors della Lonely Planet.
Non l'ho mai fatto. Grande rimpianto.
I miei preferiti erano Keir Radnedge (offriva sempre quello spunto a cui non avresti mai pensato), Tim Vickery (raccontava il calcio brasiliano con rigore, senza mistica) e il vecchio guru Brian Glanville, che ogni tanto trovavo su La Nazione. Forse semplicemente perché amava l'Italia, per il Chianti o per Rivera, chissà.
Splendido - aggiungo solo che Glanville negli anni ‘50 scriveva di Lazio e roma sulle pagine del corriere dello sport..!
Ultimamente tende a dare più spazio a chi è più grande, ma l'anima in gran parte è rimasta... ai giganti citati aggiungerei Eric Batty, specialista in tutto, e Jonathan Wilson quando ancora non era famoso... comunque stravincono sempre con quel tono asciutto, da inglesi di una volta (o meglio: da come noi ci immaginiamo gli inglesi di una volta), vagamente ironico. distaccato e colonialistico... meraviglioso.
Sensible Soccer fu sviluppato da un'azienda britannica.
Gioco epocale.
Emlyn Hughes International Soccer, pure.
Anche l'International Soccer del Commodore 64, che ho giocato fino alla morte sfruttando il suo evidente bug (con un minimo di pratica tirando sul primo palo si segnava SEMPRE), aveva uno sviluppatore inglese. Andrew Spencer...
se avessi avuto un centesimo per ogni ORA giocata, avrei Musk che mi spiccia casa