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Avatar di Roberto Gotta

Tutto sacrosanto. Io per fortuna sto evitando i dodicenni ma anche i trentenni. E oltre.

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World Soccer l'ho comprato per anni all'edicola di Piazza Grimana, davanti all'Università per Stranieri (che prima di essere sbeffeggiata in mondovisione per l'esame truccato di Suarez è stata la più illustre istituzione di questa città).

Era un oggetto potente. Appena lo sfogliavi ti eri già dimenticato delle chiacchiere del Processo del Lunedì, delle interviste del Corriere dello Sport, degli equilibrismi della Gazzetta, di tutto il campanilismo ottuso dei bar di provincia.

Aveva la carta sottile, come un messale. E, come un messale, non ti doveva vendere niente. Si capiva che l'unico scopo era proprio raccontare il calcio ai lettori. Senza trucchi, senza banalizzazioni, senza enfasi, senza politica.

Era pieno di cose imprevedibili, poteva dedicare 4 pagine al Club Marconi, ma anche di cose mainstream che però erano sempre spiegate a livello accademico.

Negli anni Novanta volevo presentarmi nella loro redazione per vedere che facce avessero quei giornalisti così diversi, così migliori. Chi erano? Me li immaginavo un po' eredi della swinging London e un po' contributors della Lonely Planet.

Non l'ho mai fatto. Grande rimpianto.

I miei preferiti erano Keir Radnedge (offriva sempre quello spunto a cui non avresti mai pensato), Tim Vickery (raccontava il calcio brasiliano con rigore, senza mistica) e il vecchio guru Brian Glanville, che ogni tanto trovavo su La Nazione. Forse semplicemente perché amava l'Italia, per il Chianti o per Rivera, chissà.

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