Al millesimo ‘Gli americani hanno preso il football degli inglesi e lo hanno chiamato soccer’ del nostro telecronista dodicenne cresciuto con i longform su Bielsa che trasforma ogni posto in un piccola Rosario (altro record: avere allenato la peggiore Argentina, quella del 2002, e il peggior Uruguay, quello di adesso, della storia) tutta le generazione X che è in noi è stata spinta a ricordare, senza bisogno di scopiazzare qua e là in stile ‘Cazzullo vi racconta il vero Modric’, che almeno fino agli Ottanta del Novecento gli inglesi chiamavano il calcio anche soccer, oltre che football.
Una delle rare affermazioni per cui non abbiamo bisogno di Google a supporto, visto che World Soccer, che compriamo dal 1982 e che è tuttora vivissimo, era stato fondato vent’anni prima, e che soccer e football ai nostri tempi nei discorsi mediatici e delle persone normali erano usati in maniera indifferente. E del resto gli inglesi avevano inventato loro anche il termine soccer, un secolo prima, modo informale per definire il cosiddetto ‘association football’, quello che più o meno si rifaceva alle regole del 1863. Il suffisso -er, abbiamo letto, veniva usato dagli studenti universitari inglesi per storpiare parole di uso comune e avere un gergo da iniziati. Comunque la questione ‘soccer o football’ è sempre stata indifferente, al punto che l’autobiografia di John Charles si intitolava King of Soccer e quella di Matt Busby addirittura Soccer at the Top: My Life in Football (uno dei libri che possediamo e di cui non abbiamo letto una sola riga).
Di più: la federazione calcistica americana si chiamava United States Soccer Football Association ancora fino al 1974. Poi con la NASL di Pelé e Chinaglia il termine soccer iniziò ad essere più usato negli USA, ma soltanto molti anni dopo, più o meno a metà degli Ottanta, gli inglesi lo avrebbero considerato un’americanata. Però continuando a usare il termine: fino a 3 anni fa uno dei programmi più seguiti della Sky britannica era Soccer AM e tuttora va in onda Soccer Saturday: a tutti noi senza vita sociale l’algoritmo di YouTube ogni tanto mostra gli interventi di Paul Merson. Negli USA di oggi soccer è nettamente più usato, così come in Australia e in altri paesi (anche insospettabili, come il Giappone), ma è un altro discorso. Si tratta in ogni caso di un’altra invenzione inglese, di quando l’Inghilterra era da imitare.
stefano@indiscreto.net



Tutto sacrosanto. Io per fortuna sto evitando i dodicenni ma anche i trentenni. E oltre.
World Soccer l'ho comprato per anni all'edicola di Piazza Grimana, davanti all'Università per Stranieri (che prima di essere sbeffeggiata in mondovisione per l'esame truccato di Suarez è stata la più illustre istituzione di questa città).
Era un oggetto potente. Appena lo sfogliavi ti eri già dimenticato delle chiacchiere del Processo del Lunedì, delle interviste del Corriere dello Sport, degli equilibrismi della Gazzetta, di tutto il campanilismo ottuso dei bar di provincia.
Aveva la carta sottile, come un messale. E, come un messale, non ti doveva vendere niente. Si capiva che l'unico scopo era proprio raccontare il calcio ai lettori. Senza trucchi, senza banalizzazioni, senza enfasi, senza politica.
Era pieno di cose imprevedibili, poteva dedicare 4 pagine al Club Marconi, ma anche di cose mainstream che però erano sempre spiegate a livello accademico.
Negli anni Novanta volevo presentarmi nella loro redazione per vedere che facce avessero quei giornalisti così diversi, così migliori. Chi erano? Me li immaginavo un po' eredi della swinging London e un po' contributors della Lonely Planet.
Non l'ho mai fatto. Grande rimpianto.
I miei preferiti erano Keir Radnedge (offriva sempre quello spunto a cui non avresti mai pensato), Tim Vickery (raccontava il calcio brasiliano con rigore, senza mistica) e il vecchio guru Brian Glanville, che ogni tanto trovavo su La Nazione. Forse semplicemente perché amava l'Italia, per il Chianti o per Rivera, chissà.