Prima e dopo Niki Pilic
Addio a un uomo che ha cambiato la storia del tennis non da giocatore di alto livello o da allenatore di fenomeni, ma da simbolo degli sportivi che non vogliono essere trattati da soldatini...
Abbiamo creato la versione Substack di Indiscreto proprio per scrivere articoli come questo, che interessano a noi e pochissimi altri, per non dire a zero altri. Al di là del fatto che Niki Pilic, morto alla giusta età di 86 anni, sia stato un personaggio fondamentale nella storia del tennis pur senza aver vinto da giocatore tornei dello Slam. Ci è andato vicino, però. Li avrebbe vinti, oltre che nel doppio agli US Open, tramite i suoi tanti allievi eccellenti: da Djokovic, cresciuto nella sua academy in Germania, in giù, ma Wikipedia (cinque Coppe Davis con tre nazionali diverse, eccetera) lasciamola appunto a Wikipedia.
Niki Pilic è stato importante prima di tutto perché è stato uno dei pochi tennisti forti dell’Europa dell’Est dal dopoguerra fino al 1991. Certo quello jugoslavo era un comunismo (ufficialmente socialismo) all’acqua di rose, anche con il fin troppo cazzuto Tito, ma questo non toglie che Pilic sia stato nei suoi anni migliori un atleta di stato, con la Coppa Davis come obbiettivo massimo e una minima parte dei guadagni dei tornei, comunque risibili nell’era pre Open, che gli rimaneva in tasca.
L’inizio dell’era Open, nel 1968, lo visse da ventinovenne, per i canoni dell’epoca quasi da rottamare. Ma in breve tempo divenne uno dei giocatori più conosciuti del circuito, con le immagini di San YouTube che ci vengono in soccorso: una specie di Nastase, con più volée, meno tenuta da fondocampo e uguale gusto per la provocazione. Ma attenzione: Pilic provocava non per divertire gli spettatori ma perché riteneva di essere in credito con il tennis. Almeno così spiegava (indegnamente lo abbiamo anche intervistato diverse volte, a Beckermania già passata: meglio le domande di Ubaldo Scanagatta). Aveva vissuto poco sopra la decenza con il comunismo e non intendeva farlo con il capitalismo.
Il prima e il dopo nella vita di Pilic fu chiaramente Wimbledon 1973. Pilic rifiutò una convocazione in Davis contro la Nuova Zelanda, preferendo concentrarsi sui tantissimi tornei dell’epoca (per il tennis di divina anarchia, fra l’altro fu uno dei primi Handsome Eight del WCT di Lamar Hunt) ma in realtà perché si sentiva in credito con la federazione. La sua linea difensiva fu che non si era rifiutato, che c’era stato soltanto un malinteso. Risultato immediato: squalifica di nove mesi da tutti gli eventi in cui c’entrassero le federazioni, a partire da Wimbledon. Parentesi provinciale: Pilic aveva 34 anni ma era in formissima, aveva appena perso da Nastase la finale del Roland Garros dopo avere battuto Bertolucci nei quarti e Panatta in semifinale.
Quello che il vecchio mondo federale non si aspettava fu la solidarietà di quasi tutti i migliori giocatori del mondo: da Connors a Laver, da Rosewall a Panatta, furono 81 quelli che avrebbero avuto accesso diretto al tabellone principale che rimasero a casa (fra i quasi 12 delle allora 16 teste di serie). Non solo per solidarietà con Pilic ma anche per supportare il loro sindacato, l’ATP, che era nato l’anno prima e che avrebbe poi preso in mano il pallino del gioco, anche se a tutt’oggi i tornei che fanno la differenza non sono gestiti dall’ATP. Per parafrasare Maurizio Mosca: ma cosa mi rappresenta Chengdu?
Definito ‘venduto’ in Jugoslavia da giornalisti non tropo diversi da quelli di oggi che vergano editoriali contro l’egoismo dei calciatori, Pilic era ormai troppo vecchio per beneficiare finanziariamente dei cambiamenti che aveva ispirato e a quasi 40 anni si stabilì a Monaco dove creò la sua academy, in Europa novità quasi assoluta. Inutile ricordare quanto fatto con Becker, da lui ritenuto il suo vero capolavoro mentre sosteneva che Djokovic già da piccolo fosse un po’ l’allenatore di sé stesso (Nole gli ha però reso onore). Becker ha più volte parlato di una durezza esagerata, ma rimane il fatto che il suo periodo d’oro sia stato quello in cui tecnicamente è stato seguito da Pilic, nei primi anni insieme a Bosch e sempre con Tiriac (che però curava altri aspetti). Devono molto a Pilic anche Stich (da capitano di Davis della Germania Ovest e della Germania riuscì a farlo convivere con Becker), Ivanisevic e Ljubicic, oltre a una serie infinita di buoni professionisti.



Stefano si vede proprio che hai un debole sin dalla gioventu' per gli sportivi della (ex) Jugoslavia.
Mi piacerebbe sapere la tua top 10, anche se sono abbastanza certo della posizione #1.
E dove metteresti Aco Trifunovic?
Grande Stefano, ritratto che mi ha spiegato moltissimo di lui, avendolo perso di vista dopo la fine della sua carriera. Pensa che vidi tutte le partite di Coppa Davis Italia-Jugoslavia al Circolo Giardini Margherita di Bologna, a neanche due chilometri da casa mia, in quel famoso 1976, e l'idea di vedere Pilic mi esaltava tanto quella di vedere i 'nostri', che l'avrebbero poi vinta.