Peter Thiel e l'Anticristo
La riflessione di un grande imprenditore sulla stagnazione che stiamo vivendo da decenni, fra le cause primarie del declino della classe media e di un modello di società basato sullo sviluppo...
Fra qualche giorno Peter Thiel terrà quattro conferenze in cui parlerà dell’Anticristo e di sicuro farà notizia, visto che il co-fondatore di PayPal, Palantir e altro è il più importante sostenitore di Trump e Vance, per quello che capiamo più di Vance che di Trump, anche se nel 2016 fu uno dei pochi di quelli veri a schierarsi con The Donald. Mille volte meno mediatico di un altro peso massimo come Musk, Thiel ha sempre la capacità di far pensare sostenitori e detrattori, che in lui vedono una specie di anima nera del trumpismo. In realtà il tema Anticristo è stato più volte già trattato da Thiel, anche di recente: consigliamo a chiunque l’ascolto di questa intervista concessa lo scorso giugno al New York Times, impossibile staccarsene una volta iniziata.
Nel podcast Interesting Times la tesi esposta da Thiel, che proviamo a sintetizzare, si basa sull’idea che stiamo vivendo in un’epoca di stagnazione tecnologica e culturale, con il rischio di un’ulteriore regressione che potrebbe condurci verso un futuro distopico, che lui ha associato alla figura dell’Anticristo. Non sarà mediatico come Musk, ma Thiel sa come guadagnarsi i titoli… Il tema è quindi fortissimo, posto in maniera opposta rispetto alle tracce dei temi da liceo, che poi sono uguali ai grandi editoriali: il pericolo non è la tecnologia, ma la paura del progresso.
Già nel 2011 Thiel con il suo saggio The End of the Future aveva sostenuto che il mondo moderno non è così dinamico come si tende a credere, vedendo cambiamenti ovunque e spesso reagendo con la nostalgia e l’immobilismo. Contrariamente all’immagine di un progresso inarrestabile, Thiel ritiene che, dopo secoli di accelerazione tecnologica (dalle navi a vapore alle missioni Apollo), dagli anni ’70 in poi si sia entrati in una fase di rallentamento.
Fatta eccezione per il mondo digitale – dai computer a internet, fino all’intelligenza artificiale e alle criptovalute – il progresso in settori come la medicina, l’energia o i trasporti sembra essersi arenato. Miglioramenti, spesso anche grandi miglioramenti, ma non cambi di paradigma. Thiel usa un esempio evocativo: se un viaggiatore nel tempo si spostasse dal 1890 al 1970, troverebbe un mondo irriconoscibile, con automobili, aerei e tecnologie rivoluzionarie. Ma tra il 1985 e il 2025 le differenze sono meno marcate: i cellulari sono ovunque, ma l’ambiente costruito, le città, le infrastrutture, appaiono sorprendentemente simili. Questa percezione di continuità, per Thiel, è il sintomo di una società che ha perso il suo slancio.
Ma come si misura il progresso? Thiel ammette che è una questione complessa, resa difficile dalla crescente specializzazione delle conoscenze. Come possiamo sapere se stiamo avanzando in fisica, biotecnologia o intelligenza artificiale senza essere esperti in quei campi? Due tifosi presi a caso non sono d’accordo nemmeno nel dire che il calcio di oggi è migliore di quello degli anni Ottanta… E poi, altro problema, come pesare l’importanza di un progresso rispetto a un altro? La difficoltà di rispondere a queste domande, secondo Thiel, è di per sé un segnale di stagnazione: una società che non sa più valutare il proprio progresso è già in crisi.
Thiel non si limita a diagnosticare la stagnazione; ne sottolinea anche le conseguenze culturali e sociali. Una società stagnante, sostiene, perde la sua classe media, definita non tanto dal reddito, quanto dall’aspettativa che i figli vivano meglio dei genitori. Quando questa speranza svanisce, la società si disgrega, rischiando di scivolare verso un modello feudale o autoritario. Thiel rifiuta l’idea, diffusa negli anni ’70 e arrivata in forma diversa fino ad oggi, che l’umanità possa accontentarsi di ciò che ha, accettando un futuro senza crescita per evitare i costi ambientali o sociali del progresso.
Per lui la stagnazione non è solo insostenibile, ma destabilizzante: le istituzioni moderne, dai bilanci pubblici ai sistemi economici, sono costruite sull’aspettativa di crescita. Senza di essa, il sistema collassa. Thiel collega questa crisi alla perdita di ambizione. Negli anni ’90, racconta, c’era ancora chi sognava l’immortalità attraverso la scienza, come i sostenitori della criogenesi. Oggi, invece, i millennial sembrano aver abbandonato tali sogni, accettando un futuro di limiti. Anche l’IA, pur rappresentando un’eccezione alla stagnazione, non è sufficiente da sola a invertire la rotta, secondo Thiel. Sebbene riconosca il potenziale dell’IA – paragonabile a quello di internet negli anni ’90 – dubita che possa risolvere da sola problemi complessi come la cura per l’Alzheimer o la colonizzazione di Marte.
Quanto all’Anticristo, più volte evocato, Thiel lo utilizza per descrivere un pericolo esistenziale: l’avvento di un governo globale totalitario, giustificato dalla paura di catastrofi tecnologiche o ambientali. Thiel critica l’idea di un’umanità che, spaventata da rischi come l’IA fuori controllo, le armi nucleari o il cambiamento climatico, si affidi a un’autorità centrale per garantire “pace e sicurezza”. Questa, secondo lui, è la promessa dell’Anticristo: un ordine globale che soffoca il progresso in nome della stabilità.
Thiel suggerisce che l’Anticristo non sia un genio malvagio che domina il mondo con la tecnologia (nostra traduzione: pensa all’immagine che i media liberal danno di lui), come immaginato in passato, ma piuttosto quella di un leader che sfrutta la paura del progresso per imporre un controllo assoluto. In questo scenario, figure come Greta Thunberg, simbolo dell’ambientalismo anti-crescita, rappresentano un rischio maggiore rispetto agli scienziati folli. Insomma, qui parliamo noi e non Thiel, in questo senso la Thunberg è l’Anticristo.
Pur avendoci investito, Thiel non crede che l’IA possa risolvere tutti i problemi da sola. Anzi critica l’ossessione di Silicon Valley per l’intelligenza pura, sottolineando che i veri ostacoli al progresso non sono tecnici, ma culturali e sociali. Una società che non tollera idee eterodosse o che si arrende alla conformismo non può sfruttare appieno il potenziale dell’IA. In definitiva la sua evocazione dell’Anticristo non è solo una provocazione teologica, ma un modo per mettere in guardia contro un futuro in cui l’umanità si arrende alla sicurezza a scapito della libertà e del progresso. Riusciremo a tornare al futuro o ci lasceremo sedurre dalla promessa di pace e sicurezza dell’Anticristo? Chi chiede voti, da qualsiasi parte politica, punta sulle certezze del passato.



'Quanto all’Anticristo, più volte evocato, Thiel lo utilizza per descrivere un pericolo esistenziale: l’avvento di un governo globale totalitario, giustificato dalla paura di catastrofi tecnologiche o ambientali. Thiel critica l’idea di un’umanità che, spaventata da rischi come l’IA fuori controllo, le armi nucleari o il cambiamento climatico, si affidi a un’autorità centrale per garantire “pace e sicurezza”. Aggiungiamo il covid, alle paure su cui si è giocato...
Basta leggere il lisergico editoriale che scrisse qualche mese fa sul Financial Times (titolo A time for Truth and reconciliation) per capire quanto questo abbia completamente sbarellato