Mai nessun Mondiale come questo ha dimostrato come l’identità non dipenda da un pezzo di carta, da un regolamento, addirittura dalla formazione calcistica come dovrebbe in teoria essere (per noi senz’altro) quando si parla di calcio. I quasi 100 giocatori nati in Francia, fra i partecipanti al torneo, dicono già tutto, con la convenienza sportiva (troppo difficile entrare fra i convocati di Deschamps) a saldarsi con un culto delle origini che poi nemmeno sono le proprie ma al massimo quelle dei genitori.
Per questo il caso Afellay sorprende soltanto chi si vuole sorprendere. Tutto è nato ieri da un programma televisivo olandese. Ron Jans (i più attenti, come il maestro Budrieri, lo ricordano attaccante del Groningen in una partita che l’Inter di Radice vinse 5-1 a Bari), ex giocatore, allenatore e adesso opinionista, parlando di Olanda-Marocco di stanotte ha chiesto ad Afellay, lì in studio: “Per chi tifi?”. La risposta dell’ex giocatore di PSV e Barcellona, che copincolliamo, è stata questa: “In dit geval, voor deze wedstrijd, ligt mijn hart bij Marokko”. Traduzione di Claude: “In questo caso, per questa partita, il mio cuore è con il Marocco”.
Da ricordare che Afellay ha giocato 53 volte con la maglia dell’Olanda e che comunque poteva cavarsela in calciatorese anche perché è pienamente dentro il sistema (nello staff di Bosz al PSV). Ooijer gli ha chiesto se facesse davvero sul serio e Afellay ha chiarito il concetto: “Le mie radici sono in Marocco, i miei genitori vengono da lì e la mia famiglia vive lì. Quale altra motivazione dovrei dare?”. Conclusione: “Dopo la partita, sarò felice per chi vince. Sei cresciuto qui, ma le mie radici sono anche là. Se mi chiedi dove sta il mio cuore o la mia preferenza, dico: Marocco”.
La cosa interessante è stata la reazione di tutti gli ex calciatori in studio. Nessuno era sorpreso. Non soltanto Afellay, nato a Utrecht, si è sempre sentito marocchino, ma anche compagni e avversari lo hanno sempre considerato così. Quindi qualcosa non torna per noi anime semplici, cresciute nella trumpiana periferia ovest. Ti senti marocchino? Che problema c’è? Gioca per il Marocco, o almeno provaci. Uno come Afellay non avrebbe avuto problemi nel farsi convocare in una nazionale di rango inferiore rispetto all’Olanda.
È qui che c’è, unita all’autolesionistica e ideologica idiozia europea, una disonestà culturale degli Afellay della situazione: nel prendere il meglio delle opportunità del paese ospitante ma sentendosi estranei, anche quando si ha avuto successo grazie all’ambiente trovato. Ancora nel 2026 nessuno va a studiare calcio in Marocco, mentre gli allenatori olandesi qualcosa di buono negli ultimi decenni lo hanno combinato. Tutt’altra categoria quella di chi ha l’anima divisa in due, o addirittura in tre, non vogliamo dire come Ghali ma come Rocco Commisso che diceva ‘Io mi sento americano, italiano e calabrese”. Mai però avrebbe tifato, o detto di tifare, contro gli Stati Uniti visto che nella Locride non avrebbe avuto le stesse possibilità di successo o anche soltanto di sfruttare la propria intelligenza. Restringendo il discorso al calcio, siamo d’accordo con Van der Vaart quando dice che scelgono il Marocco soltanto i marocchini che non sono abbastanza bravi per l’Olanda.
È del resto ciò che è sempre accaduto con l’Italia, con gli oriundi che quasi mai (eccezioni Monti. Sivori, Altafini e pochissimi altri) sarebbero stati titolari nella loro nazionale del cuore, da Camoranesi a Retegui passando per Thiago Motta, Osvaldo, Emerson Palmieri e altri (in positivo citiamo soltanto Jorginho, arrivato in Italia a 15 anni, anche se rimasto brasiliano dentro), una deriva che sta arrivando a livelli grotteschi con Koleosho e altri. Tutto questo per arrivare alla citazione di Mario Balotelli, quando gli chiesero se tifasse anche un po’ per il Ghana: “Io sono italiano come un cinese è cinese”. Non è troppo difficile da capire.
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Tutto già ampiamente sviscerato sul muro.
Anche per Maurizio Ganz che giocava nella Padania funziona così?