Morire in Italia
di Alberto Rapuzzi - Il difficile finale di vita fra ospedali e Rsa, con la sanità pubblica ai confini di quella business. Anche se il problema è il non essere mai preparati, a prescindere dall'età...
Il prezioso spazio che il nostro direttore solitamente mi concede per trattare di volley femminile in questo caso lo utilizzo per raccontare l'esperienza vissuta con mia mamma Maria, 88 anni, nella sanità milanese o per meglio dire lombarda: la migliore d’Italia o giù di lì, quindi speriamo di non avere a che fare con le altre né con quelle del mitizzato ‘estero’ dove in gran parte della nostra vita abbiamo lavorato e dove nel 90% dei casi ti lasciano morire per strada. Non che io e mia mamma meritiamo un’attenzione speciale, ma penso che molti lettori di Indiscreto possano, per meri motivi di età, ritrovarsi in una storia fin troppo ordinaria. I tuoi genitori che invecchiano, si ammalano e muoiono, e tu che sei impreparato anche se sai che il mondo funziona così.
La mia amata mamma, con la quale convivevo da tempo dedicandomi totalmente a lei al di fuori del lavoro, era già traballante e usava il deambulatore in casa, in piena autonomia e gestendosi tutto da sola. Però il problema comune a molte persone anziane è proprio l'orgoglio di non accettare le limitazioni dovute all’età, compiendo così azioni a rischio non necessarie, per dimostrare a sé stessi chissà cosa. E così una sera del giugno 2024, tornando a casa verso mezzanotte. l’ho trovata distesa sul pavimento in sala, con il cellulare troppo distante per potermi chiamare. Nel tentativo di abbassare la tapparella, mollando l'appoggio del girello, la gamba aveva ceduto ed era caduta.
Una scena pesante. Essendo magra, con cautela e l'aiuto di un vicino l'abbiamo messa sulla carrozzina e successivamente a letto, apparentemente senza che sentisse dolori. In piena notte, non essendo un’urgenza ho preferito non portarla al Pronto Soccorso, dandole modo anche di tranquillizzarsi un po', mentre la mattina successiva ci siamo recati al vicino Gaetano Pini (un famoso istituto ortopedico, precisiamo per i non milanesi).
Vista la materia trattata la sala d’attesa sembrava ovviamente quella di un ospedale militare, con lamenti e sofferenze. Dopo circa un’ora è stato il nostro turno per la visita. Le radiografie hanno accertato la frattura di tibia e perone, al che si è creato un comitato di specialisti con idee diverse. Noi spettatori. C'era chi per non rischiare l'operazione proponeva il gesso per tutta la gamba, da tenere 45 giorni con una limitazione totale e altri medici invece proponevano l'inserimento di placche in titanio con la possibilità di tempi più brevi per la eventuale riabilitazione.
Alla fine ha deciso tutto il medico di turno che senza ascoltare gli altri ha optato per l'operazione chirurgica. L'intervento tecnicamente è andato bene, quello che mi ha sorpreso e preoccupato e che l'hanno dimessa dopo tre giorni, asserendo che già poteva appoggiare la gamba e lì comunque non potevano fare di più. Insomma, una grande fretta di mandarci via.
Per tre settimane me ne sono preso cura, facendo veramente tutto quello che serviva, ma l'obiettivo era provare a farla camminare il prima possibile con l'aiuto di un fisioterapista a pagamento, altrimenti a quell'età rischiano di non alzarsi più. Un mio amico è venuto un po' di volte, ma complice anche la paura della mamma non si riusciva a migliorare. Peraltro subito mi aveva chiarito che sarebbe servita un’attività quotidiana in un centro preposto, dove in teoria dal Pini sarebbe dovuta andare direttamente senza passare da casa.
Così facendo leva sulla situazione che si era creata siamo riusciti ad essere ricevuti al Golgi Redaelli di via Bartolomeo d'Alviano, che tra i vari servizi si occupa di questa problematiche. Al primo piano c’è la riabilitazione dove puoi rimanere 30 giorni, poi nel caso serva più tempo vieni trasferito in altri reparti, tutti con limitazioni temporali più lunghe ma ben precise.
Purtroppo quella che era la nostra speranza si è schiantata dopo poco, perchè la mamma ha sofferto quelle che vengono definite infezioni ospedaliere, diventando disfagica. Quindi da li in poi solo frullati e addensanti, venendo sottoposta a dosi di antibiotici molto forti. In quei giorni praticamente non mangiava ed era perennemente con gli occhi chiusi, al punto che la dottoressa del reparto mi spiegò che a casa non sarebbe più tornata. consigliandomi la ricerca di una casa di riposo. La mamma non era più quella, pur malandata, che avevo portato da casa, non c'erano prospettive di recupero.
Da quel momento mi sono impegnato alla ricerca di una Rsa, argomento a me sconosciuto, che sentivo nominare da chi ne aveva avuto bisogno prima di me e che psicologicamente rifiutavo, come se parlarne portasse male. Come chi ci è passato sa, in un paese che sta invecchiando la Rsa non è semplice da trovare, soprattutto se non ci sono risorse economiche o entrate importanti. Inoltre, altra cosa che non sapevo, non è scontato che le più care siano le migliori. Altro problema da non sottovalutare: serve che la Rsa sia logisticamente comoda. Figli o parenti devono essere in grado di essere lì in pochi minuti (a meno di fregarsene, ovviamente).
La Rsa del Redaelli costa 2700 euro mese in camera doppia, ma a Milano si viaggia anche sui 3000, mentre a Pavia o Vigevano trovi a 1600. Però come si fa se vuoi mantenere un contatto e non scaricare ad altri tua madre senza pensarci più? Io su suggerimento di una condomina, che ci aveva portato la sua mamma ed era rimasta contenta, avevo puntato la San Giuseppe del gruppo San Raffaele, zona piazza Kennedy, a 2400 in doppia.
E qui è sorto un altro problema, davvero imprevisto dal momento che mia madre aveva una pensione e io lavoravo. Serviva una fidejussione bancaria importante, a copertura della degenza. Nonostante dal conto della mamma fosse stato messo a disposizione quanto serviva, e io stesso potessi metterci del mio, per ottenere il documento mi sono serviti quattro mesi. Era sempre tutto fermo, oltretutto in un periodo in cui si erano creati posti disponibili. Senza fare demagogia, queste sono le banche con i clienti che hanno i soldi pronti. Non voglio nemmeno pensare a cosa fanno con gli altri…
Le difficoltà mi avevano reso ancora più determinato nel raggiungere l'obiettivo, anche con costi supplementari da sostenere. Volevo che la mamma avesse un servizio migliore nella sua quotidianità, la vita è una e ogni minuto vale. Con i mesi che passavano noi avevamo superato i tempi di permanenza programmati dalla struttura di lunga degenza del Redaelli. Quindi si subiva una certa pressione, diciamo così, ben sapendo che nelle Rsa serve un decesso per liberare un letto.
In qualche modo te ne devi andare e alla fine se ne è andata la mamma, il 26 luglio scorso. Lo shock settico è stata la causa, una grave infezione che attacca tutto l'organismo. Nonostante trasfusioni e antibiotici il sistema non riusciva più a recuperare energia, per il deperimento continuo favorito dalla lunga degenza a letto e dalla depressione indotta da una situazione in cui si sono mescolate la sanità per tutti, la sanità-business, le malattie e l’età.
È stata un’esperienza difficile, al di là del dolore per mia mamma per un anno ho frequentato anziani in difficoltà, che soffrono si chiedono se valga la pena vivere cosi, a volte abbandonati da tutti. Il personale delle varie strutture, sia pure in parte volenteroso, è costantemente in sottonumero, tant'è che l'infermiere mi chiedeva di somministrare io la medicina o di aiutare mamma con la cena, cosa che peraltro avrei fatto comunque.
Insomma, una storia terribilmente normale in un paese come l’Italia che per quanto riguarda la sanità è più civile di quasi tutti gli altri (provate a farvi male seriamente non diciamo in Congo, ma a Miami). Una cosa davvero da migliorare è l’aspetto amministrativo, perché nei quattro mesi necessari per la fideiussione si fa in tempo a morire più e più volte, e perché nessuna persona normale conosce i meccanismi di ospedali e Rsa prima di finirci dentro.
Il paziente anziano sente quasi di dare fastidio e già soffre di suo sapendo di non avere prospettive positive per il futuro. Senza bisogno di fare miracoli si dovrebbe rendergli la vita, quella poca che rimane, più facile. Addio mamma, la lotta è finita.
Alberto Rapuzzi


dispiaciuto per la tua esperienza, in casa mia abbiamo seguito le usanze patriarcali. mia nonna, il generalissimo, l'abbiamo ospitata in casa fino alla morte. mia mamma era casalinga e quando tornavamo da scuola noi tre figli, si dava sempre una mano.
con la fine delle famiglie numerose, cd patriarcali anche se il termine è improprio perchè questa impalcatura è finita nel 1900, con l'avanzare della società moderna fino alle famiglie monocellulari, il fenomeno è esploso.
Ovviamente non è un caso, as usual, ma programmazione.
sul covid salto proprio la discussione perché meritano solo la fine di ceaesescu
non posso che sottoscrivere, essendoci appena passato. Mia mamma, oltre a vari problemi fisici che hanno richiesta la presenza di badanti (quindi a un costo che non tutti si posso permettere), ha cominciato ad averne di testa, fino a non riuscire più a tenerla a casa. In momenti come questi sei solo: qualsiasi persona a cui ti rivolgi - medici privati, ospedali e quant'altro - ti dicono che dovresti prendere tu una decisione senza darti un consiglio, e ti fanno pure sentire un po' in colpa. E quando è stato indispensabile ricoverarla (anche qui a caro prezzo) in una RSA, i tempi di attesa previsti erano minimo di 8 mesi, il che voleva dire che sarei finito ricoverato io che ormai avevo l'esaurimento nervoso. Alla fine un'amica, o meglio un vero angelo, mi ha trovato un posto a 50 km da casa e solo perché aveva delle conoscenze: andavo a trovarla due-tre volte alla settimana con lei che mi chiedeva quando sarebbe tornata a casa, ma ovviamente aveva perfettamente capito. Infatti se n'è andata in un paio di mesi: soffriva di cuore, ci ha pensato lui. L'unica cosa che posso dire è che nei due anni prima di tutto questo, visto che soffriva di mielodisplasia, ho trovato un dottore al Niguarda che alla seconda visita privata mi ha detto che l'avrebbe spostata sotto il Servizio Sanitario, e i due medici che l'anno curata (con visite ogni mese che si aggiungevano ad altre visite) sono stati molto professionali. In sintesi: il problema non è stato cercare di vivere, ma morire con dignità. Purtroppo, soprattutto dopo il Covid, ovvero da quando gli anziani sono giudicati meritevoli di cure sbrigative (in mancanza di medici, meglio salvare i giovani), questo è diventato un terno al lotto. Mentre le Università di Medicina restano a numero chiuso