In onore del grande Mario Adorf, da poco scomparso, abbiamo rivisto ieri notte per l’ennesima volta Milano calibro 9, uno di quei pochi film di culto capaci davvero di reggere il tempo oltre il sentito dire e le pillole social che danno vita eterna a opere che complete erano e rimangono inguardabili. Meno violento del poliziottesco medio, ma comunque un pugno nello stomaco per chi è è abituato ai film carini, il capolavoro di Fernando Di Leo liberamente ispirato ad alcuni racconti di Scerbanenco è anche una testimonianza storica: perché gli anni Settanta italiani, ricordati oggi soltanto in chiave politica, sono stati un decennio di criminalità comune a livelli assurdi. Nella sola Milano del film c’erano 10 volte più probabilità di essere uccisi rispetto a oggi, con quasi le stesse proporzioni per i reati minori. Mutatis mutandis, immaginatevi il decuplo dei maranza esistenti oggi.
Tornando a Milano calibro 9, impossibile non rimanere colpiti a distanza di 54 anni dalla scena iniziale del passaggio del pacco, sulla musica di Bacalov, dai cartelli stradali, dalla tristezza della Stazione Centrale, dalle facce dei criminali con Adorf-Rocco Musco a giganteggiare, dalla forza con cui vengono caratterizzati i personaggi, quasi tutti interpretati da attori super: ovviamente Gastone Moschin-Ugo Piazza, che quasi fino alla fine mantiene il suo segreto anche con lo spettatore, l’orgoglioso Chino di Philippe Leroy, con la nostra esaltazione raggiunta grazie al commissario di destra di Frank Wolff e al vicecommissario di sinistra di Luigi Pistilli. Due fuoriclasse accomunati anche dal suicidio: l’attore americano in più generi si sarebbe tolto la vita pochi mesi dopo le riprese di Milano calibro 9; quello italiano, fra i massimi interpreti di Brecht, nel 1996.
Non ci sono parole per descrivere la Barbara Bouchet del tempo, che entra in scena con la go-go dance e rimane nella nostra testa per sempre. Fra l’altro unica/o di Milano calibro 9 ad apparire anche nel remake alla romana Diamanti sporchi di sangue e nel sequel del 2020, Calibro 9, con tanto di figlio di Piazza: buoni film ma lontanissimi dall’originale e da un’Italia nella vita di tutti i giorni davvero da non rimpiangere, anche se noi personalmente ci stavamo benissimo e avevamo i nostri genitori giovani e forti, Boninsegna, Mennea, Jura, Panatta, eccetera. Per motivi che non sapremmo spiegare però quell’epoca, e non soltanto da noi, produceva grande letteratura, grande musica, grande cinema.
stefano@indiscreto.net



Film che avrò scoperto solo 6-7 anni fa, colpevolmente. Favoloso, per i motivi che elenchi, assolutamente non ultimo la Bouchet, che riesce a non essere volgare nonostante il ruolo interpretato.
Comprendo bene le parole 'un’Italia nella vita di tutti i giorni davvero da non rimpiangere' ma io la rimpiango. Persino nella modestia dei bus, degli abiti, nella nebbiolina. Sarà appunto che all'epoca alle bollette e alla spesa pensava qualcun altro...
Di quell'epoca a me piaceva molto "Brutti, sporchi e cattivi" e oviamente indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. e quanto era sporco il duomo? Sala qualcosa di buono ha fatto