Per qualche puntata abbiamo sperato che Rooster fosse la prima serie televisiva contro la cultura woke. Errore nostro. Ma quelli di HBO, pur bravissimi, non sono così stupidi e/o coraggiosi da mettersi contro la critica e anche un certo tipo di pubblico che per quanto riguarda lo streaming sembra dominante, genere fighetto metropolitano che ordina l’okonomyiaki su Glovo pontificando contro lo sfruttamento capitalistico. Comunque sia, la serie che stiamo seguendo su HBO Max e che ha come ottimo protagonista Steve Carell nel ruolo del romanziere pop Greg Russo, è divertente e offre più di uno spunto di riflessione. Insomma, pur senza avere visto la luce la consigliamo. È piaciuta anche ad altri, infatti ci sarà una seconda stagione.
Di culto la scena in cui Carell-Russo inciampa e si ritrova a fare involontariamente la danza di Walk Like an Egyptian (alle residenze Anni Azzurri ci hanno capito) per mascherare la caduta. Subito viene convocato dal comitato disciplinare del college (una delle tante convocazioni-processi, per i motivi più assurdi) per “comportamento culturalmente insensibile”. Una scena che al netto dei dibattiti sulla cancel culture mostra come l’istituzione universitaria sia ormai una macchina in grado di trasformare qualsiasi cazzata in un caso disciplinare. Non pensiamo di spoilerare dicendo che la serie non è tutta così, anzi ci mostra anche la bellezza della vita universitaria che personalmente non abbiamo praticato né in Italia (ci presentavamo soltanto per gli esami, anelando il 18 rifiutato da Sergio Vastano) e tanto meno in un’America che abbiamo conosciuto da turisti.
Rooster è ambientato al Ludlow College, un immaginario ateneo del New England dove Greg arriva per una conferenza e poi rimane perché sua figlia Katie, professoressa di storia dell’arte, sta attraversando una crisi con l’egocentrico marito Archie, che fra una lezione di storia russa e un libro ha messo incinta un’altra. Il rettore fanatico della sauna, un po’ troppo macchiettistico (l’unica altra macchietta è il poliziotto, anche lui ovviamente bianco di mezza età), offre a Greg un incarico semestrale e tutto si gioca sullo stupore di un uomo al di fuori dei circuiti accademici, per quanto scrittore di successo (Rooster è il protagonista dei suoi libri), per la liturgia dei college.
Il merito principale della serie è quello di esistere, in un panorama televisivo in cui l’ambiente universitario viene spesso trattato con la deferenza che i giornalisti italiani riservano a Mattarella, ai virologi o al David di Donatello. In sostanza è una commedia e il meccanismo ricorrente delle gaffe di Greg funziona: ogni sua azione innesca una procedura disciplinare e la serie usa questo schema per mostrare come il sistema sia diventato capace di punire l’ingenuità con la stessa efficienza con cui punirebbe la malafede. Volendo volare alto possiamo dire che sia una critica soft alla cultura del processo sommario.
E quindi? Nel corso delle puntate Greg si istituzionalizza più di quanto l’istituzione accetti un corpo estraneo come lui, o comunque valori diversi da quelli ‘buoni’. Per come l’abbiamo capito, il messaggio è più o meno questo: la cultura woke ha aspetti ridicoli, ma l’uomo bianco di mezza età deve adattarsi o scomparire. Insomma, Greg vuole evitare di sembrare di destra (già la sua passione per l’hockey, con una parentesi come allenatore, lo mette in cattiva luce) o anche soltanto di offendere qualcuno, per questo una buona idea di base si trasforma in una commedia divertente ma inoffensiva o, se vogliamo, inoffensiva ma divertente. Certo in Italia sul mondo dell’università non è quasi mai stato fatto niente del genere, parlando di grandi produzioni, mentre su scuola dell’obbligo e licei esiste l’impossibile, oltretutto quasi sempre con la chiave del docente-eroe.
stefano@indiscreto.net


"genere fighetto metropolitano che ordina l’okonomyiaki su Glovo pontificando contro lo sfruttamento capitalistico"
passante sinneriano del Direttore
'la deferenza che i giornalisti italiani riservano a Mattarella, ai virologi o al David di Donatello'
Direi idolatria sbavante.