La finale del Mondiale per club di volley ha reso d'attualità la solita domanda sulle squadre vincenti espressione di piccole città. Il problema è che a farla sono anche alcuni presidenti federali...
Ho iniziato a seguire la pallavolo da un paio d'anni, trascinato dalla passione della mia compagna, e non ho potuto fare a meno di notare l'enorme paradosso di cui parla anche questo pezzo: com'è possibile che il campionato più importante del mondo abbia una visibilità così ridicola nel suo stesso Paese? Che le giocatrici più forti vadano a prendere vagonate di soldi nel Paese che, in Nazionale, battono regolarmente? È chiaro che le spiegazioni plausibili siano poche e, alla fine, rimandino tutte alle stesse cause politiche.
La risposta cattiva al discorso Orro è che oggi nello sport di alto livello sia più difficile fabbricare nero, come avveniva ai nostri tempi con i munifici patron che poi erano munifici con l'asterisco. Guarda che fine ha fatto il ciclismo italiano, nonostante qualche ottimo corridore ce l'abbia ancora... Quella meno cattiva è che soltanto il calcio fa scattare un certo tipo di identificazione teritoriale con grossi numeri e questo non dipende dalla qualità del gioco, meno che mai dai risultati della Nazionale
La situazione del ciclismo è decisamente inquietante, a maggior ragione se inquadrata in uno scenario globale che si fa sempre più difficile. Sul resto poco da dire. Ma considerato che anche il calcio potrebbe andare incontro a una fase di contrazione di pubblico, che futuro si prospetta allo sport italiano? Ci aggrappiamo tutti a Sinner (sperando che non gli succeda mai niente), agli exploit nell'atletica e nel nuoto?
Non seguo la pallavolo, ma quest'anno mi sono emozionato a vedere a Castell'Arquato un centinaio abbondante di tifosi di Vigevano e Montecatini seguire in trasferta la propria squadra di Basket in serie B. In certi contesti territoriali la passione va oltre dirigenti insulsi e regolamenti da dementi.
Io neanche so in che nazioni siano, Osasco e Uberlandia, figurati localizzarle... ho persino controllato che non fossero nomi inventati, dato che la pallavolo non la guardo e non ne conosco le squadre... Comunque a suo tempo ho sperimentato, nel football americano italiano, che si sopravvive solo con sponsor tifosi (appunto) e benefattori, altrimenti non c'è la minima speranza, e che il pubblico è composto al 90% da persone legate ai giocatori o ai dirigenti. Sono pochissimi i tifosi veri. Parlo ovviamente di uno sport che conoscono in pochi, al contrario della pallavolo, ma temo che cambino solo i numeri, non i sistemi, se si parla di metodi di sopravvivenza.
No no, sembrano nomi inventati ma sono le città delle squadre che hanno partecipato al Mondiale... Osasco poi di fatto è San Paolo... quest'anno ho visto una partita dei Rhinos e una dei Seamen al Vigorelli ed è proprio come tu dici... ma nei mai abbastanza rimpianti anni Ottanta non era così e non è che sugli spalti ci fossero persone che sapessero a memoria il playbook... in ogni caso tutto parte dall'identificazione con una città, una comunità, una scuola, un'azienda (perché no?), con una persona o un gruppo di persone... se no cosa ce ne importa? Nella vituperata NBA non chiamerebbero mai una squadra con il nome dello sponsor...
Sì, negli anni Ottanta per molti sport esistevano tifosi veri, gente che sceglieva liberamente di andare a vedere una partita di squadre con cui non aveva alcun legame.
A casa Freddo siamo da sempre grandi appassionati di volley, soprattutto femminile. Il che, mi rendo conto, non ci darebbe titolo a esprimere un'opinione violando la sacra regola che si commenta ciò che non si è visto. Ma volendo rompere una delle più solide tradizioni Indiscrete, il nostro parere è che la dirigenza federale dovrebbe innanzitutto interrogarsi sull'allucinante livello di dilettantismo gestionale di uno sport di cui rappresentiamo il vertice mondiale. Il raffronto con la Turchia - non gli Stati Uniti eh, la Turchia - è imbarazzante sotto ogni aspetto, a partire dalla comunicazione del prodotto volley passando per le produzioni e coperture televisive, per arrivare a una popolarità costruita secondo regole non molto diverse da quelle che in Italia hanno trasformato il basket in uno sport di massa negli anni '80. Certo, non è detto che una gestione migliore e più professionale porti ad avere una squadra di vertice in ogni grande città, ma così è non provarci nemmeno.
Davvero occasioni buttate, vista la riconoscibilità trasversale delle giocatrici: mia nonna, se fosse ancora viva, non saprebbe chi è Fontecchio ma la Orro e la Egonu le avrebbe almeno sentite nominare. Però non sono d'accordo con te sulle potenzialità dei club come sono concepiti oggi, penso che il tifo scatterebbe con una identificazione almeno regionale, senza arrivare alle emanzioni scolastiche che sarebbero il massimo... io ho fatto (non da pallavolista) il Vittorio Veneto... il caso LUISS nel basket dimostra che qualcosa si può fare... se no rimaniamo fermi al 'patron' (aka riciclatore-evasore-elusore) munifico e alla retorica dell'oratorio... Una decina di mini-Club Italia coinvolgerebbero di più di questi nomi di sponsor mai sentiti
Senza dubbio i club hanno molto su cui lavorare (a partire dal provincialissimo costume di imporre alle squadre denominazioni cui manca solo la dicitura Spa o Snc alla ragione sociale dello sponsor...). Dopo di che, dare un occhio alla pervasività del volley sui media turchi, al culto e all'utilizzo dell'immagine delle giocatrici e, non ultimo, al livello delle produzioni tv locali - con noi fermi alle imbarazzanti pause delle telecronache di VBTV, all'ancor più imbarazzante Edy Denbinski e a un Lucchetta che sembra diventato il meme di sè stesso - credo sia a suo modo significativo. Non è detto che dissodando il terreno nasca qualcosa, naturalmente, ma senza farlo sicuramente non nasce nulla.
Passando dai club alla Federazione, a mio modo di vedere è evidente che, come sempre, il pesce puzza dalla testa. A partire dall'allucinante gestione della vicenda Mazzanti. Che non sarà stato un genio, ma che la stessa necessità di ricorrere a un totem come Velasco (senza contare gli spifferi trapelati in questi due anni) dimostra chiaramente abbia avuto a che fare con uno spogliatoio di galline starnazzanti, gestibile solo da uno che, dall'alto del suo prestigio, del suo palmarès e del fatto di non dover ringraziare nessuno, quando parla tutti gli altri non possono far altro che tacere.
Ho iniziato a seguire la pallavolo da un paio d'anni, trascinato dalla passione della mia compagna, e non ho potuto fare a meno di notare l'enorme paradosso di cui parla anche questo pezzo: com'è possibile che il campionato più importante del mondo abbia una visibilità così ridicola nel suo stesso Paese? Che le giocatrici più forti vadano a prendere vagonate di soldi nel Paese che, in Nazionale, battono regolarmente? È chiaro che le spiegazioni plausibili siano poche e, alla fine, rimandino tutte alle stesse cause politiche.
La risposta cattiva al discorso Orro è che oggi nello sport di alto livello sia più difficile fabbricare nero, come avveniva ai nostri tempi con i munifici patron che poi erano munifici con l'asterisco. Guarda che fine ha fatto il ciclismo italiano, nonostante qualche ottimo corridore ce l'abbia ancora... Quella meno cattiva è che soltanto il calcio fa scattare un certo tipo di identificazione teritoriale con grossi numeri e questo non dipende dalla qualità del gioco, meno che mai dai risultati della Nazionale
La situazione del ciclismo è decisamente inquietante, a maggior ragione se inquadrata in uno scenario globale che si fa sempre più difficile. Sul resto poco da dire. Ma considerato che anche il calcio potrebbe andare incontro a una fase di contrazione di pubblico, che futuro si prospetta allo sport italiano? Ci aggrappiamo tutti a Sinner (sperando che non gli succeda mai niente), agli exploit nell'atletica e nel nuoto?
Non seguo la pallavolo, ma quest'anno mi sono emozionato a vedere a Castell'Arquato un centinaio abbondante di tifosi di Vigevano e Montecatini seguire in trasferta la propria squadra di Basket in serie B. In certi contesti territoriali la passione va oltre dirigenti insulsi e regolamenti da dementi.
Io neanche so in che nazioni siano, Osasco e Uberlandia, figurati localizzarle... ho persino controllato che non fossero nomi inventati, dato che la pallavolo non la guardo e non ne conosco le squadre... Comunque a suo tempo ho sperimentato, nel football americano italiano, che si sopravvive solo con sponsor tifosi (appunto) e benefattori, altrimenti non c'è la minima speranza, e che il pubblico è composto al 90% da persone legate ai giocatori o ai dirigenti. Sono pochissimi i tifosi veri. Parlo ovviamente di uno sport che conoscono in pochi, al contrario della pallavolo, ma temo che cambino solo i numeri, non i sistemi, se si parla di metodi di sopravvivenza.
No no, sembrano nomi inventati ma sono le città delle squadre che hanno partecipato al Mondiale... Osasco poi di fatto è San Paolo... quest'anno ho visto una partita dei Rhinos e una dei Seamen al Vigorelli ed è proprio come tu dici... ma nei mai abbastanza rimpianti anni Ottanta non era così e non è che sugli spalti ci fossero persone che sapessero a memoria il playbook... in ogni caso tutto parte dall'identificazione con una città, una comunità, una scuola, un'azienda (perché no?), con una persona o un gruppo di persone... se no cosa ce ne importa? Nella vituperata NBA non chiamerebbero mai una squadra con il nome dello sponsor...
Sì, negli anni Ottanta per molti sport esistevano tifosi veri, gente che sceglieva liberamente di andare a vedere una partita di squadre con cui non aveva alcun legame.
Beh, nell'NBA si sono permessi di traslocare intere franchigie da una città all'altra...
A casa Freddo siamo da sempre grandi appassionati di volley, soprattutto femminile. Il che, mi rendo conto, non ci darebbe titolo a esprimere un'opinione violando la sacra regola che si commenta ciò che non si è visto. Ma volendo rompere una delle più solide tradizioni Indiscrete, il nostro parere è che la dirigenza federale dovrebbe innanzitutto interrogarsi sull'allucinante livello di dilettantismo gestionale di uno sport di cui rappresentiamo il vertice mondiale. Il raffronto con la Turchia - non gli Stati Uniti eh, la Turchia - è imbarazzante sotto ogni aspetto, a partire dalla comunicazione del prodotto volley passando per le produzioni e coperture televisive, per arrivare a una popolarità costruita secondo regole non molto diverse da quelle che in Italia hanno trasformato il basket in uno sport di massa negli anni '80. Certo, non è detto che una gestione migliore e più professionale porti ad avere una squadra di vertice in ogni grande città, ma così è non provarci nemmeno.
Davvero occasioni buttate, vista la riconoscibilità trasversale delle giocatrici: mia nonna, se fosse ancora viva, non saprebbe chi è Fontecchio ma la Orro e la Egonu le avrebbe almeno sentite nominare. Però non sono d'accordo con te sulle potenzialità dei club come sono concepiti oggi, penso che il tifo scatterebbe con una identificazione almeno regionale, senza arrivare alle emanzioni scolastiche che sarebbero il massimo... io ho fatto (non da pallavolista) il Vittorio Veneto... il caso LUISS nel basket dimostra che qualcosa si può fare... se no rimaniamo fermi al 'patron' (aka riciclatore-evasore-elusore) munifico e alla retorica dell'oratorio... Una decina di mini-Club Italia coinvolgerebbero di più di questi nomi di sponsor mai sentiti
Senza dubbio i club hanno molto su cui lavorare (a partire dal provincialissimo costume di imporre alle squadre denominazioni cui manca solo la dicitura Spa o Snc alla ragione sociale dello sponsor...). Dopo di che, dare un occhio alla pervasività del volley sui media turchi, al culto e all'utilizzo dell'immagine delle giocatrici e, non ultimo, al livello delle produzioni tv locali - con noi fermi alle imbarazzanti pause delle telecronache di VBTV, all'ancor più imbarazzante Edy Denbinski e a un Lucchetta che sembra diventato il meme di sè stesso - credo sia a suo modo significativo. Non è detto che dissodando il terreno nasca qualcosa, naturalmente, ma senza farlo sicuramente non nasce nulla.
Passando dai club alla Federazione, a mio modo di vedere è evidente che, come sempre, il pesce puzza dalla testa. A partire dall'allucinante gestione della vicenda Mazzanti. Che non sarà stato un genio, ma che la stessa necessità di ricorrere a un totem come Velasco (senza contare gli spifferi trapelati in questi due anni) dimostra chiaramente abbia avuto a che fare con uno spogliatoio di galline starnazzanti, gestibile solo da uno che, dall'alto del suo prestigio, del suo palmarès e del fatto di non dover ringraziare nessuno, quando parla tutti gli altri non possono far altro che tacere.