Lo sport di Scandicci e Conegliano
La finale del Mondiale per club di volley ha reso d'attualità la solita domanda sulle squadre vincenti espressione di piccole città. Il problema è che a farla sono anche alcuni presidenti federali...
I pretesti per scrivere di Scandicci e di Conegliano non mancano, visto che stiamo parlando delle due squadre di club italiane e forse del mondo più forti, e di un movimento, quello del volley femminile, in cui l’Italia è il paese leader al di là del piccolo dettaglio degli ori olimpici e mondiali. Però mentre in mezzo a mille altre cose domenica seguivamo su DAZN la finale del Mondiale per club ci è venuta una domanda sgradevole: cosa diremmo se la finale di Champions League non fosse PSG-Inter ma fra due squadre di città con 50.000 e 35.000 abitanti?
È un po’ quello che noi appassionati di pallacanestro ci sentivano chiedere quando in Europa dominava Cantù, comunque in un contesto di squadre di città molto più grosse. La prima risposta è quella di informarsi, perché quella di piccole realtà che fanno grandi cose in campo sportivo internazionale è una peculiarità quasi soltanto dell’Italia: a San Paolo di paragonabile Scandicci e Coneglianno c’era solo lo Zhetysu, tutte le altre partecipanti venivano da città abbastanza grosse (per quanto senza Google nessuno di noi della periferia Ovest saprebbe localizzare Osasco o Uberlandia), sia pure fuori dai grandi giri geopolitici.
La seconda risposta è più cattiva: agli sport per praticanti (in Italia 364.349 tesserati, leggevamo oggi sulla Gazzetta, nella parte femminile sei volte le tesserate del pompatissimo calcio) e appassionati mancano fondamentalmente i tifosi. Ed è più facile trovarli trovarli, quei pochi, diciamo pure pochissimi, in realtà senza un calcio di alto livello, con il concetto di tifosi che si allarga anche agli sponsor (che ritorno possono avere le mille patacche sulla maglie del volley? E quelle sul campo?), che a Milano o Roma. In A1 femminile soltanto due club, Bergamo e Firenze, hanno una concorrenza calcistica di Serie A, in Superlega maschile invece soltanto le due milanesi e Verona.
E quindi? Da sempre siamo convinti che lo sport non sia un valore in sé: Pogaçar, Sinner, Mbappé, eccetera, non varrebbero niente. ma davvero niente, se non ci fosse qualcuno interessato alle loro imprese. Ed è lo stesso nel volley: Scandicci e Conegliano hanno un senso perché interessano alla loro gente e a qualche appassionato, non perché valgano più o meno di Milano. La ormai dichiarata lotta contro il diritto sportivo, portata paradossalmente avanti anche da alcuni presidenti di federazione (che avrebbero come prima missione quella di difenderlo), ci fa vomitare. Già ci scalda poco la NBA vera, figuriamoci le tante mini-NBA degli sfigati che stanno nascendo in diversi sport.
stefano@indiscreto.net



Non seguo la pallavolo, ma quest'anno mi sono emozionato a vedere a Castell'Arquato un centinaio abbondante di tifosi di Vigevano e Montecatini seguire in trasferta la propria squadra di Basket in serie B. In certi contesti territoriali la passione va oltre dirigenti insulsi e regolamenti da dementi.
A casa Freddo siamo da sempre grandi appassionati di volley, soprattutto femminile. Il che, mi rendo conto, non ci darebbe titolo a esprimere un'opinione violando la sacra regola che si commenta ciò che non si è visto. Ma volendo rompere una delle più solide tradizioni Indiscrete, il nostro parere è che la dirigenza federale dovrebbe innanzitutto interrogarsi sull'allucinante livello di dilettantismo gestionale di uno sport di cui rappresentiamo il vertice mondiale. Il raffronto con la Turchia - non gli Stati Uniti eh, la Turchia - è imbarazzante sotto ogni aspetto, a partire dalla comunicazione del prodotto volley passando per le produzioni e coperture televisive, per arrivare a una popolarità costruita secondo regole non molto diverse da quelle che in Italia hanno trasformato il basket in uno sport di massa negli anni '80. Certo, non è detto che una gestione migliore e più professionale porti ad avere una squadra di vertice in ogni grande città, ma così è non provarci nemmeno.