Confrontare la vittoria di Sinner a Roma con quella di Panatta, 50 anni prima, è pura accademia da tanto sono diverse le due Italie e il peso relativo del tennis, meno di un milione di praticanti (e già era un boom rispetto a pochi anni prima) contro i 6,2 stimati oggi, senza contare la diversa importanza nella storia di questo sport: Sinner potrebbe fra dieci anni o anche meno essere considerato fra i grandissimi di sempre, Panatta (ma è invecchiato di colpo?) è stato un talento però sfruttato quasi soltanto sulla terra battuta, ben diversa da quella cementificata di oggi.
Di assolutamente paragonabile c’è il loro ruolo di icone pop e una cosa che negli sportivi cerchiamo di conoscere sempre prima di altre, cioè l’estrazione sociale. Ecco, i quattro moschettieri della Coppa Davis anni Settanta provenivano dagli stessi ambienti di Sinner, Musetti, Cobolli e Darderi, tanto per confrontare i primi quattro. Il padre di Sinner, Hanspeter, fa (faceva?) il cuoco a anche la madre Siglinde lavorava in un locale, Musetti è figlio di un operaio nelle cave di marmo e di un’impiegata, Cobolli ha il padre ex giocatore ma che con un best ranking di 236 non si è certo arricchito, Darderi è figlio di un maestro di tennis reinventatosi suo maestro fra ristrettezze finanziarie di ogni tipo.
E quelli del 1976? Panatta era figlio di un custode di diversi circoli (l’articolo intitolato ‘Ascenzietto’, nell’indimenticata megarivista Il Grande Tennis, rimane meraviglioso), Bertolucci di un maestro, Barazzutti di un impiegato e Zugarelli era come Musetti figlio di un operaio. Non sono mancati nella storia e nel presente (casi da manuale la Pegula e la Navarro) campioni provenienti da ambienti alto borghesi, non vogliamo dire alta aristocrazia borghese, ma i due grandi gruppi di genitori sono questi: medio borghesi (o wannabe alto, come i McEnroe o i Becker) che fanno comunque sacrifici per far allenare i figli al meglio, e soprattutto piccolo borghesi i cui figli in virtù di qualità e volontà eccezionali riescono ad emergere, di più in contesti con una federazione forte, Borg l’archetipo. No ricchi e no veramente poveri o disperati, entrambi senza la testa giusta e nel secondo caso anche senza soldi e/o genitori tassisti.
Cosa vogliamo dire? Che in qualsiasi epoca le motivazioni per farcela in uno sport particolarissimo, anche fra quelli individuali, come il tennis, possono arrivare solo in ambienti in cui si vive abbastanza bene ma sentendo che manca qualcosa, ambienti senza la coscienza di classe dell’alta borghesia o del sottoproletariato e che quindi danno quella molla, soprattutto nel secondo caso, per uscire dall’anonimato, dal grigiore, da una morte arrivata già a vent’anni.
stefano@indiscreto.net



"Alta aristocrazia borghese" meraviglioso, come le signore dell'Ippopotamo
Pegula e Navarro sono figlie di ricchi veri, di quelli il cui patrimonio può tranquillamente mantenere parecchie generazioni future. Lì le motivazioni, secondo me, non sono ovviamente materiali ma vengono dall'essere cresciute in contesti che danno molta importanza al competere e all'affermarsi.
Un altro che mi pare venisse da soldi veri era Gulbis, che però era un personaggio molto sui generis