La notte del Palasport di San Siro
Quarantuno anni fa crollava il tetto di un impianto dove abbiamo visto di tutto, dai cori dell'Armata Rossa a Doctor J, dai Queen agli Europei di atletica. Una vicenda quasi incredibile....
Quarantuno anni fa, nella notte fra il 16 e il 17 gennaio 1985, ci lasciava per sempre il Palazzo dello Sport di San Siro. Ma come, ci mettiamo a ricordare gli anniversari anche senza cifra tonda? Sarà l’entusiasmo per Santa Giulia… La ferita è in noi ancora aperta, anche perché sulle prime la parte del tetto crollata sotto il peso di una neve memorabile e dei tentativi per rimuoverla, che avevano portato il carico sostenibile al decuplo di quello teorico, sembrava riparabile in tempi ragionevoli. Invece dopo nemmeno 9 anni di vita la storia di un impianto che abbiamo vissuto dal suo primo al suo ultimo giorno finì. I balli dell’Armata Rossa e Doctor J, i Queen e Borg-McEnroe, la Sei Giorni e gli Euroindoor di atletica, addirittura l’Ambrogino d’Oro come giurati di dieci anni, intervistati da una diciottenne Gabriella Golia: racconteremo tutto, o forse no.
Arriviamo direttamente alla fine, perchè senza alcun merito (ci andavamo sempre, almeno per la pallacanestro, e abitavamo abbastanza vicini) abbiamo assistito dal vivo all’ultimo evento sportivo del Palazzone, il 15 gennaio: un Simac-Stade Francais di Coppa Korac, in una Milano bloccata dalla neve con l’Olimpia che temeva di non potersi presentare in cinque e che all’ultimo minuto convocò Mario Pettorossi, che arrivò a piedi. Episodio che abbiamo ricordato grazie a suo figlio Diego, una delle storie più belle dei Giochi di Parigi. La partita comunque iniziò lo stesso con una mezz’ora di ritardo, per i pochi intimi che come al solito vedevano il campo da cani (il palazzo, di proprietà del CONI, era nato per il ciclismo, per volere del suo presidente Rodoni) e che della squadra francese conoscevano soprattutto Dubuisson, straordinario tiratore e primo francese a sfiorare la NBA (aveva partecipato a una summer league con i Nets), e Radovanovic, ottimo comprimario in una Jugoslavia dal talento assurdo e che più avanti avremmo visto alla Reyer.
Dubuisson segnò 43 punti, ma lo squadrone in cui da poco si era inserito Joe Barry Carroll vinse in scioltezza con JBC super e un ottimo Premier. Ritorno a casa a piedi, con grotteschi Moon Boot anni Ottanta (ma li abbiamo visti anche qualche giorno fa in montagna), godendoci la neve e il buio. Pensavamo di tornare la settimana dopo, per un meeting di atletica della Riccardi che aveva la Andonova come stella, ma quella sarebbe stata l’ultima volta. Il giorno dopo si allenò lì l’Inter di Rummenigge, visto che la Pinetina era irraggiungibile. Poi il crollo del tetto e nel 1988 la demolizione di tutto.
stefano@indiscreto.net


Abitando di fronte ed essendo amico di famiglia del figlio dei portinai, mi sono goduto tantissimi eventi, soprattutto prove e allenamenti
Ho un vuoto dentro da quando non c'è più. Ancora adesso mi capita, sempre più raramente purtroppo, di sognare che l'hanno riaperto e di andare a vedere una partita di basket
“intervistati da una diciottenne Gabriella Golia”
Chapeau, come dicono nella lingua di Dubuisson.
Erano antanni che non lo sentivo nominare ma, appena letto il nome, mi è sembrato ieri…
Unico giocatore francese della sua generazione con un certo impatto in Europa. Se non sbaglio anche compagno ad Antibes di un Morse appena trasferito perché ai tempi gli stranieri non potevano passare direttamente da una squadra italiana ad un’altra.
Pettorossi, Baldi e Governa, la squadra del ‘66
Gli si prospettava un certo futuro, grande nel caso di Baldi che fu mandato a finire il liceo in US, sulla scia di quanto fatto da Bologna con Binelli, e poi con Lou Carnesecca a NY. Purtroppo non mantenne le promesse.