Gli Internazionali d’Italia possono diventare il quinto Slam? Il grande sogno di Angelo Binaghi, espresso per l’ennesima volta alla presentazione dell’edizione 2026, ha una risposta semplice: in teoria sì, in pratica no. Ma il mezzo sì permette di continuare a sognare, anche per motivi storici: fino alla fine degli anni Ottanta gli Australian Open sono stati un torneo di Serie B, quasi C, disertato da quasi tutti i campioni non australiani (Borg li giocò una volta sola a 17 anni facendo anche il giornalista, Connors due volte con una vittoria e una finale), e fino alla metà degli anni Settanta il Roland Garros era quasi dello stesso rango di Roma (in alcune edizioni addirittura le date si sovrapponevano), prima del crollo del torneo del Foro Italico nei primi Ottanta e della sua graduale resurrezione con la sessione serale e tutto il resto.
Diventare il quinto Slam è possibile perché dal 1989 il Grand Slam ha smesso di essere una definizione giornalistica (del 1933) per trasformarsi in un’associazione dei quattro tornei, il Grand Slam Board, subito riconosciuta dall’ITF che ne aveva intuito l’importanza per ridimensionare il potere dell’ATP. Il club non è chiuso per statuto, così è inattaccabile anche dal punto di vista legale, anche se è logico che la ricchezza dei quattro megatornei dipende soprattutto dal fatto di essere pochi e quindi non inflazionati, staccandosi da tutto il resto. I 1000 che i Sinner e gli Alcaraz non hanno più convenienza (ne hanno però l’obbligo, tranne che a Monte Carlo) a giocare dicono tutto, anche se poi i due fuoriclasse quasi sempre si impegnano e li vincono.
A loro volta ATP e WTA riconoscono la superiorità dei tornei dello Slam anche se in maniera discutibile: lo Wimbledon vinto l’anno scorso da Sinner non può valere soltanto il doppio, in termini di punti, del torneo di Monte Carlo conquistato domenica. Di più: da quando ci sono i combined event spalmati su quasi due settimane l’ìdea di ATP e WTA è sempre stata quella di costruirsi in casa dei mini Slam, creando affollamenti assurdi nel loro stesso calendario. Ed è chiaro che ognuno aspiri ad essere il quinto Slam: è stato così per Indian Wells, addirittura per Miami prima del declino, soprattutto per Madrid che le ha provate tutte (noi bavosi solo per le raccatapalle di Tiriac l’avremmo fatto entrare nel club). Non occorre essere troppo vecchi per ricordare i soldi che circolavano per il tennis nella Germania di Becker, Graf e Stich, che portarono a un decennio di Grand Slam Cup a Monaco, con il sogno di Slam vero solo accarezzato.
In sintesi: si può entrare a far parte del club, a patto di essere accettati con il voto favorevole di almeno tre membri (quindi non serve l'unanimità) e questo potrebbe avvenire soltanto se il nuovo entrante pagasse una tassa di ingresso coerente con la diminuzione di valore dei singoli tornei o comunque con il brand creato da quasi un secolo di storia. Nel mondo in cui gli Australian Open, cioè il quarto Slam per importanza, fatturano 430 milioni di euro a edizione, è evidente che il quinto Slam possa essere un sogno miliardario da arabi, troppo grande per Larry Ellison e quindi anche per un Binaghi pur pieno di idee, che finché ci sarà la Sinnermania avrà carte da giocare.
stefano@indiscreto.net



Per il grande torneo in Italia, Binaghi farebbe bene a concentrarsi sul tenere le Finals, che personalmente non avrei mai pensato sarebbe riuscito in primis ad ottenere ma gli vi riconosciuto il risultato.
Su Roma quinto slam:
1) Impianti: il Foro Italico fatica non poco a reggere il torneo attuale, come e dove se ne gestirebbe uno più grande?
2) Superficie: mi sembra irrealistico che un nuovo torneo slam possa essere su terra, superficie che a parte il richiamo del Roland Garros è tutto sommato in declino.
3) Geografia: è innegabile che l'Europa sia ancora il centro del mondo tennistico, ma un'espansione così importante punterebbe inevitabilmente verso l'Asia o, se la situazione attuale si calma, i paesi del Golfo.
"Non occorre essere troppo vecchi per ricordare i soldi che circolavano per il tennis nella Germania di Becker, Graf e Stich": esatto, quando questa epoca d'oro del tennis maschile italiano finirà (perchè un giorno finirà), uno Slam nella penisola potrebbe apparire anacronistico quanto l'Italia nel G7.
Paradossalmente l'aspetto economico non mi pare neanche l'ostacolo più grande, viste le cifre che i fondi di private equity stanno buttando nello sport ci può stare anche un accordo con la FIT per finanziare un torneo di questa portata.
Ma chi affiderebbe alla nazione cialtrona per eccellenza una cosa importante come uno slam? Unici tornei che contano tra l'altro e sulla base dei quali si misura la grandezza di un tennista. Non scherziamo. Sarebbe il fratellino scemo degli altri quattro, tra incompetenza, ciarlataneria diffusa (caratteristica soprattutto romana) e quella mancanza di stile di chi non e' mai uscito dar quadraro.
I soli monumenti non bastano piu' per poter dire che sei entrato come si deve nel terzo millennio.