Guardando l’Aston Villa alzare l’Europa League, a 44 anni da quella quasi incredibile vittoria in Coppa dei Campioni, è stato per noi impossibile non pensare a Gary Shaw. Forse ci ha pensato anche Emery, che fra l’altro due anni fa dedicò proprio a Shaw, da poco scomparso, la prima partita del Villa in Champions League. Shaw è uno di quei giocatori citatissimi ma poco visti realmente, dal momento che il calcio inglese dell’epoca era confinato a poche partite e servizi su Telemontecarlo, Svizzera e Capodistria, e ad highlights (per noi semplicemente “I gol” perché quello erano) su syndication di televisioni locali. I quotidiani sportivi seguivano pochissimo il calcio internazionale e quasi tutta la conoscenza era filtrata dal Guerin Sportivo (parentesi: nel 1982 Shaw avrebbe vinto anche il Bravo), il settimanale che insieme a Superbasket ci faceva sognare.
Nel 1980 Ron Saunders aveva costruito una squadra senza grandi nomi, abbastanza in economia e senza grandi poeti del calcio, anche se Cowans e Morley avevano classe. In questo contesto Shaw era l’unica vera eccezione, l’unico che potesse essere definito un talento puro (nel 1980 aveva 19 anni), oltre che l’unico nato a Birmingham (era ancora la Birmingham pre-sharia), per caratteristiche integrato alla perfezione con Peter Withe. Oggi diremmo che si muoveva fra le linee, di sicuro era un giocatore offensivo difficile da inquadrare, un tipo quasi alla Dalglish per citare un campione sfuggito all’oblio del tempo.
Withe alto, fisico, dominante e sgomitante nei duelli aerei, capace di tenere palla spalle alla porta, Shaw veloce e tecnico: insieme segnarono 38 gol nella stagione del titolo, con Shaw che contribuì con 18. La stagione successiva, quella del trionfo europeo dopo le dimissioni di Saunders a marzo, Shaw fu ancora determinante. Nella finale di Rotterdam contro il Bayern Monaco di Rummenigge, Breitner, Dremmler, Augenthaler e Hoeness (Dieter) fu lui, con un passaggio per Morley, a costruire l’azione del gol vittorioso di Withe. Da non dimenticare che sarebbe anche stato protagonista nella Supercoppa UEFA contro il Barcellona, segnando nella finale di ritorno, con tanto di Maradona a chiedere lo scambio della maglia. Al di là del Bravo e delle coppe, era davvero in quel momento il miglior giovane d’Europa.
In mezzo l’enorme delusione del taglio dai 22 convocati per il Mondiale 1982, dopo essere stato inserito da Ron Greenwood nella famosa lista dei 40. Bobby Robson lo stimava di più, ma non fece in tempo a concedergli nemmeno un minuto perché nel settembre 1983, contro il Nottingham Forest, Shaw in un contrasto subì un grave infortunio al ginocchio. La sua carriera finì di fatto lì, a 22 anni, anche se poi vivacchiò per qualche stagione ancora. Molto defilato, solitario e anche amaro il dopo-calcio, da ambasciatore del club e da ex costretto a raccontare sempre le stesse storie su quelle poche stagioni, comunque grandissime. Alla morte, dovuta a una caduta per strada dopo una serata al pub, ha lasciato un’eredità di 297.000 sterline e un brivido in qualunque adolescente dell’epoca che percepiva il nome Gary Shaw come pura magia.
stefano@indiscreto.net



Pensa che a premiarlo, nel senso proprio di consegna del trofeino, per il Bravo fu un (all'epoca non ancora) amico e collega che ad anni di distanza si emozionava al pensiero.
'era ancora la Birmingham pre-sharia' sottilissimo e distruttivo. Oltre che totalmente veritiero. Basta fare i 300 metri tra la stazione delle corriere e quella ferroviaria di New Street...
guarda che maglietta avevano i villains! *_*