La morte di Oscar Schmidt ha colpito al cuore gli appassionati di pallacanestro e la sua carriera, ben conosciuta da tutti, non merita sciatti ricordi scopiazzati da Wikipedia e magari scritti da ChatGPT (con errori incredibili, basta leggere i giornali). Noi da suoi ammiratori della primissima ora, per lo meno la primissima in cui lo abbiamo visto giocare (il Mondiale 1978, in cui il Brasile del ventenne Oscar soffiò il bronzo all’Italia con il famoso tiro di Marcel), lo vogliamo ricordare con alcune grandi domande.
La prima: Oscar è stato il più grande giocatore a non avere mai giocato un minuto nella NBA? Il confronto va ovviamente fatto soprattutto con i campioni che hanno raggiunto il loro massimo prima del 1989, l’anno dell’entrata nella NBA di Petrovic-Divac-Marciulonis-Paspalj-Volkov. Da allora tutti i migliori almeno ci hanno provato, magari respinti con perdite. Tutti tranne Bodiroga, che secondo noi si gioca proprio con Oscar la seconda posizione in questa ideale classifica, che non può avere come vincitore altri che Kreso Cosic. Tutto da asteriscare, visto come i mondi erano lontani.
Seconda domanda: perché Oscar non ha mai provato a giocare nella NBA? In fondo un tiratore come lui si sarebbe potuto ritagliare uno spazio anche dopo i trent’anni… Risposta che va divisa in due. Il miglior Oscar nella NBA sarebbe potuto andare tranquillamente, perché nel 1984 i New Jersey Nets dopo il training camp gli offrirono un contratto garantito: ma all’epoca avrebbe perso il diritto di giocare per la nazionale brasiliana (stiamo parlando di millenni fa, pare) e inoltre avrebbe guadagnato meno soldi che a Caserta (qui gli anni di distanza sembrano miliardi). L’Oscar post 1990, dopo l’amara fine del suo grande periodo a Caserta, ebbe qualche offerta poco concreta ma fare lo specialista non gli interessava.
Terza domanda: Oscar era un magnifico perdente? In molti lo dicevano visti i tanti trionfi sfiorati soprattutto a Caserta, dove alla fine vinse soltanto una Coppa Italia. Ma è una sciocchezza e non solo per il suo palmares brasiliano con i club e la Nazionale (su tutto i Panamericani del 1987) ma proprio per come cambiò lo status della Juve con due finali scudetto e tutto il resto, sempre da giocatore di riferimento.
Quarta domanda: la Caserta 1990-91 sarebbe diventata campione d’Italia con lui al posto di Tellis Frank? What if difficile, comunque pensiamo di no. Il problema non era tecnico, anche se Frank era tutt’altro tipo di giocatore, ma di spogliatoio: gli italiani della squadra, in particolare Dell’Agnello (così avrebbe raccontato lo stesso Oscar), non sopportavano più la definizione di ‘squadra di Oscar’ e servirono alla dirigenza e a Marcelletti, che ha confermato la versione di Oscar ma mettendola soltanto sul tecnico-tattico, un assist che forse già aspettavano, visto che l’idea era quella di affidare più responsabilità offensive a Gentile ed Esposito.
Quinta domanda: perché Oscar e tanti stranieri molto meno forti di Oscar sono ricordati con affetto anche dai tifosi di squadre in cui non giocavano? Qui la risposta dovrebbe essere lunghissima, ma in sintesi si può dire che nessuno al di fuori di Trieste, e crediamo pochi anche a Trieste, saprebbe riconoscere per strada Jahmi’us Ramsey, cioè il capocannoniere della Serie A attuale. Bravo ma provvisorio e precario, come del resto lo stesso futuro della sua squadra. La pallacanestro di Oscar ci manca, ben oltre la retorica del ‘si giocava meglio’.
stefano@indiscreto.net



L’etichetta (insopportabile) di perdente qualifica più chi la dà che chi la subisce.
Perfetto il concetto attorno a Ramsey.
Errori: ieri il quotidiano dei Puri, Bravi, Onesti e Intelligenti titolava ‘Vinse uno scudetto a Caserta’
Sul perché ce li ricordiamo con affetto, è molto semplice: perché era un giocatore di quella squadra, non cambiava tutti gli anni tra buy out e clausole varie. Anche se tuo nemico, era comunque un punto di riferimento stabile, mica come adesso che a metà campionato magari te lo trovi in squadra.