Il terzo fallimento consecutivo dell’Italia, secondo della gestione Gravina, genererà discussioni soltanto fino al prossimo turno di campionato. Quindi cerchiamo di infilarci in questo slot di tempo con qualche considerazione in ordine sparso: del resto meglio scrivere che leggere discorsi sui massimi sistemi, tipo i bambini che non giocano più il calcio di strada (primo tesseramento di Yamal per il Barcellona a 7 anni, dopo 2 di scuola calcio). diversamente da quanto accade per lo slittino e il tennis, la troppa tattica nei settori giovanili (meglio giocare alla cazzo, pane e salame e di nuovo campioni del mondo), gli stranieri che non fanno maturare i nostri giovani, eccetera. Non mancheranno, tiriamo a indovinare, articoli lacrimevoli sui poveri frugoletti ai quali abbiamo tolto la gioia di vedere Italia-Qatar insieme al papà in canottiera. Veniamo quindi a noi Boomer, X e Millennial che abbiamo sempre scandito le nostre vite in relazione al Mondiale.
Il fallimento di una nazionale non è la stessa cosa del fallimento di un sistema, anche se spesso le due situazioni si materializzano insieme. Anche dimenticando il ranking FIFA (12 contro 66), il livello medio dei singoli italiani era superiore a quello dei singoli bosniaci, che però sul piano del gioco avevano messo sotto gli azzurri anche prima dell’espulsione di Bastoni. Disastro come quello dell’ultimo Mancini, sia pure dominando la Macedonia (e i rigori di Jorginho, eccetera), e di tutto Spalletti, con Gattuso bravo a creare ambiente ma per il resto in linea con il resto della sua carriera.
Il risultato era tutto e nelle situazioni di incertezza le decisioni di Turpin hanno sempre detto male all’Italia, a partire dal mancato annullamento del gol del pareggio e dalla non espulsione di Muharemovic. Non c’è da gridare allo scandalo o da vedere rigori ovunque, ma è incredibile che un paese che ha il vicepresidente UEFA e con Rosetti anche il designatore arbitrale gli errori nei momenti decisivi prendano sempre una direzione cattiva. Gravina ha giocato male anche questa partita, con il file ‘Incapacità’ che va aperto per la gara decisiva giocata in trasferta. Ma come, sei pappa e ciccia con Ceferin e nemmeno ti preoccupi di garantire il fattore campo, poi determinato dal sorteggio, alle teste di serie?
I quasi novanta minuti giocati in inferiorità numerica hanno dimostrato che dall’altra parte non c’erano mostri e che l’ambiente infernale ce lo eravamo soltanto immaginato (parentesi: gli italiani giovedì avevano fischiato l’inno degli avversari, mentre i tifosi bosniaci non l’hanno fatto). Tutto questo con i giocatori azzurri sotto al loro standard: Donnarumma a tre parate eccezionali ha unito il rinvio sbagliato da cui è nato il pareggio, Bastoni complice Mancini ha lasciato scelleratamente la squadra in dieci, gli interisti hanno confermato il loro scadente stato di forma, Retegui era in modalità Qatar. Bene solo Tonali e Palestra, mentre Kean ha fatto e disfatto ma comunque è uno che la mette pur senza avere buona stampa.
Chi si dimetterà? Crediamo nessuno, a meno di una sollevazione politica all’unanimità sbandierando il Malagò della situazione. Gravina, nel consiglio federale fin dai tempi di Nizzola, non rinuncerà facilmente al mezzo milione annuo della combo FIGC-UEFA e del resto è stato eletto da tutti. I responsabili della scarsa produzione di giocatori buoni, a partire da Viscidi, rimarranno al loro posto. Anche Buffon, che ha sempre detto di voler legare il suo futuro a Gattuso, sembra che ci abbia ripensato: un’altra scommessa persa, comunque. Se ne andrà ovviamente l’allenatore, che non era un genio del calcio e non lo è diventato, ma ha lasciato un’ottima impressione umana. Questo tipo di marketing-camuffamento, del genere ‘uomo schietto e sincero’ potrebbe proseguire con Baldini ma non crediamo si arrivi a tanto. Nemmeno un pazzo preferirebbe Gattuso a un Conte disponibile (e dicono che a questo giro lo sia), anche se l’allenatore del Napoli in campo internazionale ha sempre fatto ridere tranne che con una versione già minore della Nazionale (dieci anni fa le punte erano Zaza, Pellé, Eder…).
Capitolo volpe e uva. Da quando la Champions League è diventata una cosa seria, quindi dal 1999, il Mondiale ha gradualmente perso la sua centralità pur rimanendo fondamentale per entrare nella storia popolare: oggi è una grande festa del calcio in cui ci può stare che l’Italia sia fuori e Curaçao dentro. Con le 48 squadre si è andati però oltre: esserci conta per lo status internazionale, ed infatti nessuna grande nazionale (e soltanto 3 delle prime 30 del ranking) è rimasta fuori, ma non possiamo dire che l’Italia debba copiare il modello Uzbekistan o quello Capo Verde. È un disastro, ma non la fine. Con le 64 squadre ce la faremo.
stefano@indiscreto.net



Il fallimento di questi quindici anni di calcio in Italia ha un nome e un cognome, ovvero Maurizio Viscidi, prima ancora dei CT e dei Presidenti Federali.
L'unica persona rimasta sempre al proprio posto, nonostante gli enormi danni fatti a livello giovanile e di Settore Tecnico. Una persona che per anni ha parlato e scritto di possessi palla e giochi di posizione e poi si è andata lamentando che in Italia non si allenasse più la tecnica, gli 1vs1 e ci fosse troppa tattica.
Un adepto di Sacchi, che sta lì da anni a rovinare giovani e tecnici che vengono formati nei vari corsi regionali e non. Una persona che si bea dei risultati che abbiamo a livello giovanile, quando gli altri i giovani li fanno già giocare in nazionale maggiore. E della baggianata sul calcio di strada? Come se all'estero giocassero tutti in mezzo alla strada. Di cosa parliamo? Il calcio, purtroppo, sta diventando uno sport fortemente elitario, dove paghi per partecipare e giocare. Sia nelle scuole calcio, sia nei centri individuali, dove ex calciatori dalle dubbie qualità insegnano la famosa "tecnica", quando il loro scopo reale non è la formazione del giovane, ma il guadagno.
Stanno formando generazioni di giovani a cui viene insegnato fin da piccoli che il risultato non conta, che nei Pulcini e negli Esordienti bisogna divertirsi e robe simili. Ma il risulato conta eccome nella formazione del carattere dei giovani, conta iniziare a giocare a 11 già dall'ultimo anno di Esordienti e non a 9 per un biennio dove si perde solamente tempo. Quest'anno addirittura nel FairPlay Elite (ultimo anno Esordienti) si rigioca addirittura a 7 come nei Pulcini, quando l'obiettivo sarebbe andare verso il calcio a 11. Follia più totale.
Poi vabbé, avevamo un tecnico che al netto della Macedonia (e dei due errori di Jorginho con la Svizzera) aveva tracciato una strada, puntando sui ragazzi e sul ritorno della maglia azzurra al centro di tutto. Lo abbiamo fatto scappare via, voltandogli le spalle in primis nello spogliatoio e in secundis in Federazione (staff smantellato dall'oggi al domani in estate). Mancini avrà mille difetti, ha fatto certamente degli errori, ma di calcio ne sa e ne capisce e nel suo periodo azzurro ha cercato sempre di lanciare giovani, di dar spazio a tutti in Nazionale, anche senza essere campioni affermati, aveva una visione.
Con Spalletti e poi con Gattuso (scelte del signor Buffon) ecco che si è sconfessato tutto il lavoro fatto nel quadriennio precedente, rimettendo la Nazionale in mano a persone poco avezze a certi palcoscenici, con la nomea di vincenti solo per il Mondiale 2006.
Meditate gente, meditate...
Il Presidente Nazionale di Assoutenti, Gabriele Melluso, aggiunge: “Non vediamo più bambini per strada a giocare a pallone, nelle piazze o fuori dagli stadi. È un cambiamento che colpisce nel profondo l’identità del nostro Paese. Noi siamo cresciuti con un pallone bucato, con le partite improvvisate e anche con qualche vetro rotto: da lì nascevano passione, talento e spirito di squadra”.
Certo, Direttore, che pensare di saperne di più del presidente della Assoutenti è grave... 😂