Il tennis senza sorprese
Le semifinali maschili degli Australian Open dicono una volta di più che l'omologazione delle superfici ha precise ragioni di marketing...
Se venerdì mattina, mattina italiana, contro Sinner scendesse in campo Barazzutti non farebbe molti game meno di quelli che farà Djokovic, straordinario numero 4 del mondo a quasi 39 anni ma graziato dall’infortunio di Musetti nei quarti di un Australian Open davvero con poche sorprese, con le prime 4 teste di serie arrivate in fondo, con l’unica botta di vita della numero 5 che stava battendo la numero 4. Forse nell’altra semifinale Zverev darà un po’ di fastidio ad Alcaraz, ma non vediamo come possa vincere pur attaccandosi al servizio e agli uno-due. Tutte cose che scriviamo prima e che speriamo siano commentate prima, anche se gli asini del senno di poi sono sempre in agguato.
Cosa vogliamo dire, in breve? Che secondo noi il tennis maschile ha un problema figlio di un’ideologia di marketing perversa che dall’inizio del millennio ha lavorato per avvicinare la velocità delle superfici, agendo sulle palline o sulle supefici stesse, con lo scopo dichiarato di avere sempre gli stessi giocatori nei turni finali, senza antipatiche invasioni del maratoneta spagnolo o del volleatore australiano di turno. Situazione in cui il fuoriclasse rischia di perdere soltanto stando male, come Sinner con Spizzirri, o giocando scazzato come a volte (rare) capita ad Alcaraz.
Restringendo il discorso agli Australian Open, perché ci piace essere brevi, si può dire che il GreenSet di oggi sia diverso ma non più lento rispetto al Rebound Ace anni Novanta. I confronti storici di CPI (Court Pace Index) supportano la tesi, anche se l’indicatore non può tenere conto dello skidding, in parole povere di come il Rebound Ace facesse scivolare le palline, con rimbalzo basso e difficoltà maggiori nella fase difensiva.
Noi del bar ci chiediamo se Sampras vincerebbe anche oggi sul cemento e ci rispondiamo di no, per lo meno non contro Alcaraz e Sinner. Un Agassi 2.0 starebbe invece maggiormente in partita, proprio per caratteristiche. Risposta che dipende prima di tutto dalle palline. Le Dunlop Australian Open Extra Duty di oggi sono di pochissimo (al massimo di 3,4 grammi, in teoria) più pesanti della palline del passato, e del resto il range indicato dall’ATP è uguale, la vera differenza è che per come sono costrtuite fluffano (traduzione: nel corso del gioco diventano più pelose e con maggiore attrito) e in sostanza rendono il tennis più prevedibile, con i più forti che spesso riescono a vincere anche al 90%, fenomeno del resto iniziato con l’inizio di Federer. L’aspetto peculiare dell’era Alcaraz-Sinner, rispetto alla precedente, è la facilità con cui vengono battute non le seconde linee, ma il numero 3 (che di fatto oggi non esiste, se non per il computer) e 4 del mondo. Al mitologico pubblico generalista, non necessariamente il canottierato spagnolo o italiano, piace? Pare di sì.
stefano@indiscreto.net



Facile parlare col senno di poi, ma abbiamo avuto due semifinali appassionanti, durate oltre 4h, e anche la sorpresona.
Penso che il problema è stato proprio il grandissimo (e da me amatissimo) Federer. Bisognava, in qualche modo, renderlo eccezionale anche nei risultati (non solo nel gioco in cui comunque rimarrà probabilmente inarrivabile). Ovvio Nadal è stato il cattivo perfetto, persino troppo perchè a un certo punto ha iniziato a batterlo anche sul veloce.
Come dimenticare poi che proprio Federer ha fatto sparire il "carpet" dal circuito, minacciando di non partecipare a quegl'eventi.
Per il futuro chissà, il duello Sinner-Alcaraz forse piace ma il pubblico nordamericano, che conta leggermente di più dell'influencer criptogay di Cerignola residente a Milano che posta quanto è bello ed etico l'altoatesino, potrebbe a un certo punto stancarsi del dominio italo-spagnolo e far "cambiare" questa omologazione, soprattutto se dovesse venir fuori qualche specialista loro (mi sà anche Shelton è andato però...)