Difficile per noi staccarsi dalla lettura di Il secolo di San Siro - In 100 date (più una) da ricordare, il libro scritto da Claudio Colombo e Fabio Monti che mantiene benissimo ciò che promette. E cioè il racconto dei 100 anni dello stadio in cui forse abbiamo passato più tempo che a casa nostra, attraverso le partite, i concerti e le manifestazioni che hanno lasciato un segno. Ovviamente i capitoli sarebbero potuti essere 10.000, per questo le scelte dei due giornalisti sono state interessanti, come interessante è la prospettiva di Aldo Serena che ha scritto la prefazione e anche presentato il libro. Nemmeno lui, intendiamo Serena, che l’ha vissuto da calciatore e da commentatore, sa spiegarsi (glielo abbiamo chiesto perché è una cosa che ci colpisce sempre) come mai oggi ci sia in proporzione più pubblico rispetto a quanto in televisione non si vedeva quasi niente.
Essendo entrati per la prima volta in questo stadio nel 1974, e convinti di aver visto quasi tutto di ciò che vi è avvenuto negli ultimi 52 anni, ci sono piaciuti in particolare i racconti delle giornate, o serate, in cui NON c’eravamo. tipicamente tutte le situazioni in cui non erano in campo Inter o Milan. Quelli dal 1926 al 1974, ovviamente, ma anche quelli dei nostri tempi: Italia-Scozia di calcio femminile il 24 settembre 1974 (inconcepibile che nostro padre ci portasse, mentre noi del calcio femminile abbiamo una buona opinione), il concerto di Bob Marley il 27 giugno 1980 (la mamma non ci lasciò andare, mentre a tutti gli altri top citati, a partire dallo Springsteen 1985, siamo stati), Italia-Nuova Zelanda del 14 novembre 2009 (il rugby proprio ci annoia, ma era un grande evento e ci siamo pentiti per la pigrizia).
Non è assolutamente un libro nostalgico, anche se per forza di cose parla del passato: anzi è bello ricordare che molti dei nostri momenti migliori li abbiamo passati lì e che nemmeno il lavoro ha rovinato quella magia che tutto sommato sentiamo ancora oggi pur con la zavorra dell’età, dei tifosi-turisti, di un’inflazione di emozioni che rende tutto uguale. Emozioni anche leggendo la storia dell’intitolazione a Giuseppe Meazza, che Colombo e Monti giustamente raccontano. Merito di Enrico Crespi, nel 1979 capo dello sport a La Notte, popolarissimo quotidiano milanese del pomeriggio che nostro padre e noi preferivamo al Corriere d’Informazione. Dopo la morte di Meazza Crespi e Mario Natucci, che molti appassionati di pallacanestro di sicuro ricordano, lanciarono un sondaggio fra i lettori. Un successo incredibile, in quell’era pre-internet e pre-tutto, intercettato politicamente dai socialisti allora al governo di Milano, con l’assessore allo sport Paride Accetti che convinse il sindaco Tognoli a iniziare l’iter per l’intitolazione.
E in pochi giorni si arrivò al dunque: dal 2 marzo 1980 lo stadio si chiama ufficialmente Giuseppe Meazza, anche se quasi nessuno, nemmeno gli interisti, lo ha mai chiamato così. Grande Meazza ma anche Enrico Crespi, quasi coetaneo di San Siro (era nato nel 1925): il fatto di avere lavorato con lui, in una trasmissione su TVL che non ha fatto la storia della televisione, indica che siamo vicini al capolinea. Ma purtroppo San Siro morirà prima di noi, in mezzo a una sostanziale indifferenza, con il popolo reso mansueto dal pensiero unico immobiliare e dai suoi media, cioè quasi tutti.
stefano@indiscreto.net




Enrico Crespi e Nino Oppio. Prima di tutti quei fanfaroni da bar che sono venuti dopo e che hanno reso inguardabili le trasmissioni sportive in TV.
... e poi dove altro si è mai potuto vedere un motorino lanciato dagli spalti? (no, davvero - chi lo sa parli)