Il prezzo per i bambini
di Gianluca Casiraghi - Fino a pochi anni fa c'era in Italia un calcio che a livello di base era quasi gratuito...
Si paga per giocare a calcio in una formazione giovanile di una squadra professionistica o dilettantisca con ambizioni? Sì, in varie forme si paga, al di là della quota di iscrizione che è l’unica cosa trasparente. Di fatto i genitori sovvenzionano i club ben oltre le effettive spese sostenute dai club stessi (basta guardare i bilanci, anche quelli aggiustati) per i ragazzi, visto che in realtà anche di paese tutto sembra essere un extra, dalle trasferte alle visite mediche, dai materiali di gioco all’alimentazione. Per chi come noi giocava negli anni Ottanta, dove per uno ‘normale’ non esistevano soldi nè in entrata nè in uscita, il giudizio è facile: il calcio è uno sport meno alla portata di tutti di quanto fosse qualche decennio fa, con l’impegno dei genitori che oltretutto viene richiesto molto di più, non ai livelli del tennis ma quasi. Una volta al massimo facevano gli spettatori o i guardalinee di parte.
Fin dai Pulcini ci sono però bambini esentati dal pagamento, quelli che in teoria ‘ce la faranno’. E se non ce la faranno non importa, basta che arrivino con una buona credibilità locale ai 16 anni, quando si possono vedere i primi soldi veri dopo quelli già presi da Esordienti in maniera ovviamente mascherata. Ciò che la gente non sa è che anche a livelli bassissimi, di ragazzi senza prospettive di Serie C nemmeno nei sogni, i procuratori possono guadagnare con i giovani. L’importante, come avviene in Serie A, è che i giocatori cambino squadra e contratto, che si muovano.
Poi ci sono società e società, quelle che puntano tutto sul settore giovanile per avere già in casa giocatori pronti per la prima squadra e altre che spesso si affidano per le loro giovanili a società terze che gliele curano in tutti gli aspetti. Negli ultimi anni, ad esempio, la federazione ha obbligato le società professionistiche ad avere anche il settore giovanile femminile, situazione in cui è ancora più frequente che ci si affidi a una terza società che lo cura sotto ogni aspetto, agonistico e organizzativo.
Un esempio vicino a noi, ci piace parlare di ciò che conosciamo. La Giana ha dato il compito di curare il settore giovanile femminile alla Virtus Adda di Vaprio d’Adda. La società vapriese schiera l’Under 12, l’Under 15 e l’Under 17, squadre che giocano con la maglia della Giana sponsorizzata dal mitico presidente Bamonte. Le squadre femminili della Giana giocano con i colori gorgonzolesi, bianco e azzurro, ma usano i campi di Vaprio d’Adda e Concesa per gli allenamenti, che si svolgono a Vaprio, e le partite di campionato che vanno in scena sul terreno in erba sintetico di Concesa. Situazioni che esistono in ogni parte d’Italia. Cedere la gestione è concesso dai regolamenti ma non ha alcun senso sportivo: tanto vale lasciare il calcio femminile al suo destino. Il non detto è che con le ragazze è difficile fare soldi, anche per i maneggioni, perché di base i genitori sono meno fanatici e meno disposti a subire ricatti e continue richieste di contributi.
Di sicuro sono finiti i tempi in cui il calcio era l’unico sport davvero gratuito: adesso tutte le società fanno pagare la quota di iscrizione che va dai 200 ai 300 euro, se va bene, e fornisce a ogni giocare il kit di abbigliamento da pagare a parte. Con altri trucchetti la stagione calcistica di un bambino italiano può venire a costare anche mille euro. Da moltiplicare per rose di 20 (anche quando si gioca in 7 o in 9) e per il numero di squadre per classe di età (da qui il fiorire di selezioni ‘B’ e ‘C’). Meccanismo che non vale, come detto, nel caso questo bambino possa generare soldi in altri modi. Discorsi che c’entrano poco con la Serie A e niente con il fatto che l’Italia non sia ai Mondiali, ma che danno l’idea di un cambiamento sociale nella popolazione calcistica.
Gianluca Casiraghi


Racconto quello che ho vissuto io 40 anni fa. andavo alla LEonardo da Vinci. La Leonardo organizzava per ragazzini delle elementari delle "lezioni di calcio" su base volontaria nel campetto in valvassori peroni, quello della chiesa.
Contro ogni volere di mia madre, che vedeva la carriera sportiva poco meglio che una mia possibile omosessualità ( giocavo a mini basket all'epoca, bravo ma basso ) partecipai al campionato interno della leonardo.
Dal campionato interno della Leonardo venivano scelti quelli per le due rappresentative ( negli anni 80 si facevano ancora figli ) della scuola, che poi partecipavano ai campionati comunali / di zona, difficile dirlo ora. Io venni selezionato per la squadra due ( ricordo due giocatori, un fenomeno in attacco che si chiamava Ualid, figlio di marocchini, e il nostro scarsisssimo, soprattutto fuori dai pali, portiere, Tartaglino ). Tutto ci veniva fornito dalla scuola, allenatori, maglie, spogliatoi, campo (ok forse era un accordo con i frati ).
Vinto il nostro campionato provinciale, sconfiggendo in semifinale la Leonardo 1 con un mio gol di tacco su calcio d'angolo ( non scherzo, lo ricordo ancora ora ) e uno del marocchino, vincemmo il nostro campionato.
Finito il campionato furono selezionati i giocatori per la "nazionale leonardo" unificata, che doveva giocare un torneo contro squadre più blasonate tipo l' enotria e la scarioni. Se ben ricordo ne prendemmo 3 e 6 senza toccar palla, con io che mi chiedevo questi perchè fossero così più forti di noi.
Col senno di poi, quelle partite e quei tornei erano i posti in cui i mitici "osservatori" controllavano di non aver perso nessuno, ai tornei della Leonardo ricordo scene dei genitori, non paganti, assiepati che definire imbarazzanti è poco.
Era un mondo migliore o peggiore? Non ho idea, mia madre ha avuto meno scrupoli a pagarmi la dorga quand facevo il DJ che rischiare di farmi iscrivere alla scuola calcio, dove sicuramente non sarei andato da nessuna parte, ma era lo sport in cui ero largamente più portato, quindi forse alla fine il problema non è il periodo ma il contesto.
Non è che il nuovo baggio sarebbe uscito dalla Leonardo, ma è stata una esperienza fantastica
ne avrei da raccontare ma preferisco notare un dato: le Società (per esperienza di prima mano a livello basic, eh, gente che arriva sesta ma spera nel ripescaggio dei regionali per girar la Lombardia a ciapà bott e gol) coinvolgono sempre più i genitori, li mungono, e in cambio questi diventano degli stakeholders col potere di aprir bocca, madri (Iddio ce ne scampi) comprese, alla fine sembra più un momento social per borghesotti annoiati che organizzano grigliate e mettono like alla bella mamma del portiere o il giovin papà del mediano, che un'attività ludica a beneficio esclusivo dei figli, con l'allenatore di turno, a sua volta un povero disgraziato con l'ego di Mourinho, solo che adesso per allenare i ragazzini non c'è nemmeno più bisogno del patentino base