Cosa hanno in comune i libri sportivi per tifosi beceri e quelli per tifosi intellettuali? Che entrambi i generi fregano a nessuno e vendono pochissimo, come dimostra la loro collocazione nelle librerie, travolti dall’attualità e dal fatto che tutti, in quasi tutti i campi ma nel calcio in misura maggiore, pensiamo di saperne più degli altri. Ma dovendo scegliere il modo di passare qualche ora preferiamo quelli del secondo genere. Ne abbiamo appena letto uno molto interessante, Il Neocalcio, più che dall’argomento spinti dal nome degli autori: Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò sono bravissimi giornalisti (Bartolozzi oggi al Corriere dello Sport mentre Currò, a nostro avviso il miglior giornalista italiano fra chi si occupa di calcio, a Repubblica) con una carriera in gran parte da cronisti veri, con tantissimi contatti personali e capacità di usarli, e non da riciclatori da social network.
Detto questo, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza, social network ci ha colpito non per le tante citazioni, visto che Nietzsche, Benjamin, Merleau-Ponty e Warburg sono ben noti a noi lettori della Settimana Enigmistica e che Foucault addirittura l’abbiamo studiato, ma per la forza della domanda a cui tenta di rispondere: il calcio che conosciamo oggi è ancora calcio, o è diventato qualcos’altro? Domanda che non impatta sulla vita delle persone normali ma sulla nostra sì, un prete ha il diritto-dovere di riflettere sull’esistenza di Dio. La risposta, anticipata fin dal primo capitolo con una parafrasi dell’aforisma 125 della Gaia Scienza di Nietzsche, è netta: no, il calcio è morto e lo abbiamo ucciso noi.
La parte scritta da Bartolozzi, è il cuore teorico del volume: un lungo saggio filosofico sulla trasformazione del calcio da opera totale, nel senso wagneriano (cioè totalizzante), a frammento consumabile, da rito collettivo a prodotto dell’industria dell’intrattenimento. La parte scritta di Currò si articola invece in tre temi: gli stadi moderni come non luoghi (riprendendo Marc Augé), la grande finanza e l’affarismo, e i social network come settimo potere (elencarli tutti fa un po’ sette nani).
In parole nostre: la tesi di Neocalcio è che il calcio abbia rotto il suo legame con l’evento originario: l’incontro collettivo, lo stadio come spazio sacro condiviso, il gesto sportivo come parte di un dramma intero. La trasformazione descritta ha tre movimenti principali. Il primo è la mercificazione del gesto estetico: prendendo spunto dalla rovesciata di Garnacho nel novembre 2023, Bartolozzi mostra come un atto sportivo possa essere separato dal suo contesto e trasformato in merce autonoma. Il secondo movimento riguarda la trasformazione del fruitore: da spettatore-partecipante di un rito collettivo a cliente solitario davanti a un display. Il terzo movimento è la sostituzione dell’identità con il marketing. Le appartenenze territoriali e sociali che avevano dato al calcio il suo radicamento (il West Ham dei cantieri navali di Thames Ironworks, il Celtic cattolico di Glasgow, il Corinthians del movimento operaio paulista, eccetera) vengono svuotate e rimpiazzate con contrapposizioni artificiali costruite a fini commerciali. La rivalità tra tifosi di Messi e tifosi di Ronaldo è il paradigma: uno scontro che non ha storia, non ha territorio, non ha radici.
Personalmente siamo d’accordo soltanto con il discorso identità-marketing, agli occhi di un birmano l’Arsenal vale l’Inter e e ormai è così anche per molti italiani giovani, ma il rito della partita allo stadio è molto più sentito oggi rispetto a una trentina di anni fa anche al netto del discorso sui tifosi-turisti. Non è che ieri a San Siro dopo Milan-Cagliari ci fosse tanta gente soddisfatta, pronta a passare allo spettacolo successivo. Di più: oggi l’evento fisico e materiale si stacca nettamente dal resto delle nostre vita passate davanti a uno schermo. Ad annoiare e a sembrare tutto uguale è proprio il calcio televisivo, ormai tollerabile soltanto sottoforma di highlights. Il punto di svolta individuato da Currò sono i Mondiali del 2002 in Giappone e Corea del Sud, con la prima grande decontestualizzazione geografica del calcio.
Usiamo due giornalisti che stimiamo, e non sono molti, per dire come al solito la nostra. Il calcio di oggi ci scalda meno di quello pre-internet perché siamo più vecchi, perché abbiamo meno tempo, perché poche cose ormai ci soprendono. Però dire che il calcio è quasi un altro sport rispetto a quello del 1982, mettiamo un anno a caso (…) è come se noi nel 1982 avessimo confrontato il calcio dell’epoca e il rapporto con i suoi spettatori con quelli del 1938. Bartolozzi e Currò danno quindi un impianto teorico a un sentimento diffuso e cioè che in qualche modo il meglio sia già passato. Walter Casagrande, proprio il Walter Casagrande dei nostri anni migliori, nella prefazione scrive che nel calcio di oggi mancano le scelte di cuore, ma con facilità troveremmo un libro degli anni Ottanta in cui si sostenga la stessa teoria. In sintesi, bel libro ma meglio il calcio di oggi. Che poi a noi interessi moltissimo di più rivedere Ungheria-El Salvador 1982, spinti dalla morte di Fazekas, che Arsenal-PSG di sabato è un altro discorso. Il nostro calcio è morto con l’uscita di Zenga su Caniggia, ma chi è nato nel 2007 la vede diversamente e non è certo più stupido di noi.
stefano@indiscreto.net



C'era un bellissimo video su youtube, probabilmente tratto da un documentario Rai, in cui si indagava il calcio moderno, di come fosse commerciale, banale. C'è anche una delle ultime interviste a Meazza vivo, lui l'idolo del calcio dei "bei tempi" (eh si perchè probabilmente il calcio degli anni '50 era troppo poco glorioso). Probabilmente di fine anni settanta...
Il calcio di oggi ha i suoi problemi. E da padre vedo che mio figlio si affeziona meno al calcio "televisivo" rispetto a quando ero piccolo io (ma io non avevo internet, youtube, sky etc nel '90). Ma le partite della sua squadretta toscana lui le vuole giocare TUTTE. Il misticismo del calcio è forse ancora vivo. Il calcio non è stato ucciso, piuttosto direi che il calcio "sta morendo, con un po' di pazienza" (cit.). Come noi che invecchiamo.
“Nyilasi, Pölöskei, Fazekas, Toth, Fazekas, Ramirez, Kiss, Szentes, Kiss, Kiss, Nyilasi”.
Posso recitarla a memoria da quante volte me la sono sognata, e poi grazie a YouTube ho potuto rivederla tutta. Il “Tourbillon di Elche” per assistere al quale daremmo ogni cosa e infatti tra un mese andremo a Kansas City a vedere Austria - Algeria indossando la maglia di Josef Degeorgi nella partita di Oviedo di 44 anni prima, tenendola con la stessa cura con cui meriterebbe di essere trattata la sacra Sindone.
Oggi ho rivisto Belgio - Ungheria, sempre di Elche. Sarebbe potuta finire 4-4, partita bellissima con il nostro compianto Fazekas probabilmente migliore in campo (tra l’altro anche abbattuto da una schumacherata di Pfaff a metà del secondo tempo). Chissà se Nyilasi e Kiss non avessero avuto le polveri bagnate divorandosi dei cioccolatini serviti proprio da Fazekas magari avrebbero vinto la partita e sarebbero arrivati primi nel girone…