Conosciamo lo José Santamaria campione nell’Uruguay e nel Real Madrid tanto quanto il dodicenne che scrive il longform nella sua cameretta con l’ausilio di ChatGPT, quindi ci facciamo bastare la definizione che di lui diede Di Stefano molto prima di diventare suo compagno di squadra: “Il miglior difensore mai visto”. Noi come difensore non l’abbiamo visto, però abbiamo visto giocare in diretta la sua Spagna al Mondiale del 1982 e adesso la sua morte, a quasi 97 anni, ci sembra il momento giusto per parlare di quello che viene ricordato come un fallimento, nel Mondiale organizzato in casa. Un Mondiale che lo portò a 53 anni ad abbandonare per sempre il calcio e a dire di no anche alle tante offerte del Real come allenatore e soprattutto traghettatore.
Spagna 1982, quindi, nel vero senso dell’espressione. Santamaria era diventato allenatore della nazionale due anni prima, succedendo a un’altra leggenda spagnolizzata come Kubala. Come allenatore aveva fatto molto bene all’Espanyol e veniva da una mezza delusione alle Olimpiadi di Mosca, dove era uscito di scena già nel girone con tre pareggi dietro a una Germania Est minore e a pari punti, ma con una differenza reti peggiore, dell’Algeria dell’emergente Madjer. L’aura era quella della leggenda, ma come allenatore era considerato un difensivista: certo come nome era indiscutibile, per un Mondiale che la Spagna non poteva fallire.
La Spagna del 1982 non era paragonabile a quella di oggi, ma aveva una buona rosa, basata sul blocco della Real Sociedad bicampione: Arconada portiere e capitano, Periko Alonso (il padre di Xabi Alonso), Zamora e ben tre punte, Satrustegui, Lopez Ufarte e Uralde. Una squadra che giocava con un 4-3-3 vero, con gli attaccanti che erano attaccanti, ma che sulla carta non era superiore alla Jugoslavia dell’epoca che si era qualificata al Mondiale come prima nel suo girone, davanti agli azzurri di Bearzot. Invece la squadra di Miljanic fu l’unica ad essere battuta, dopo lo sfortunato pareggio contro l’Honduras e prima della sconfitta contro l’Irlanda del Nord favorita dalla papera di Arconada (è mai esistito un attaccante più grasso di Armstrong?). Così la Spagna riuscì sì a qualificarsi come seconda, ma finendo nel girone a tre di Germania Ovest e Inghilterra invece che in quello di Francia e Austria. Da ricordare che la partita con l’Irlanda del Nord era stata giocata già sapendo i risultati degli altri.
E veniamo finalmente a Spagna-Germania Ovest, una delle partite di questo Mondiale da noi più amate, sorvolando sulla successiva e inutile (per la Spagna) sfida con l’Inghilterra. La sera del 2 luglio al Bernabeu il ‘Di qua o di là’ della carriera da allenatore di Santamaria. Arconada in porta, difesa con Urquiaga a destra, Gordillo a sinistra, e centrali Alexanko, all’epoca Alesanco, libero e Tendillo. Centrocampo con Camacho, Alonso e Zamora, attacco Juanito-Santillana-Quini, anche se possiamo quasi parlare di 4-4-2 con Juanito un po’ più indietro e Santillana-Quini di punta.
Per farla breve: la migliore Germania Ovest del Mondiale dominò la Spagna, capace soltanto di fare una serie di falli allucinanti, soprattutto su Littbarski, sotto agli occhi di un Casarin notarile. In un modo o nell’altro la squadra di Santamaria andò all’intervallo sullo 0-0, prima di essere piegata da Littbarski, velocissimo a sfruttare una respinta corta di Arconada su tiro di Dremmler, e poi a fare un numero su Alexanco servendo a Fischer il facile 2-0. A 8 minuti dalla fine uno straordinario colpo di testa di Zamora, con Schumacher immobile, fece tornare la speranza a tutta la Spagna.
Speranza e basta. Perché una cazzutissima Germania, con una delle maglie più belle di sempre, quando ancora l’abbigliamento sportivo non era in mano a designer criptogay, non fece nemmeno avvicinare alla porta gli avversari. Il Mondiale di Santamaria finì di fatto lì, visto che la Germania aveva pareggiato con l’Inghilterra, prima dell’amara ma onesta partita con gli inglesi e di un linciaggio mediatico che avrebbe portato a un cambio di allenatore ma non di filosofia: nei successivi Mondiali i commissari tecnici sarebbero stati resultadisti (Munoz, Suarez, Clemente, Camacho), peraltro spesso senza risultato, fino alla svolta con Aragones, il vero padre del tiki-taka. Magari anche in Spagna all’epoca qualcuno avrà scritto editoriali sul ‘nostro DNA’ e sul bel calcio pane e salame, anzi pane e chorizo. Comunque dopo il Mondiale del 1982 Santamaria non avrebbe più voluto saperne del calcio: la delusione era stata grande, ma nemmeno paragonabile a quella di essere stato fatto fuori all’ultimo momento dalle convocazioni per il Mondiale del 1950.
stefano@indiscreto.net



I designer 😁 (Maglia bellissima, io sono tuttora folgorato da quella 1974, sia bianca sia verde)
Stefano bisogna riscrivere il libro del Mondiale 1982 aggiungendo i capitoli di tutte le altre squadre a quello dell'Italia. Per esempio bisogna parlare della fine che fece Daraselija pochi mesi dopo il Mondiale quando venne trovato in un'ansa di un fiume da un cane molecolare dopo che in un incidente era finito in un fiume e rimase disperso per oltre tre settimane.
Solo della Francia c'e' materiale infinito, ma credo onestamente per tutte le altre squadre. Ci vuole proprio il Guerra e Pace di Espana 82