Sì, lo sappiamo che il Maestro non è un film sul tennis anche se è per il tennis che lo abbiamo guardato, con il doping dell’identificazione con il ragazzino Felice (lui 13 anni nel 1989, noi nel 1980), tennista senza troppo talento che da pallettaro batte nell’orticello di casa qualche coetaneo meno dedicato ma appena mette il naso fuori viene bastonato. Nel film di Andrea Di Stefano, appena visto su Sky, il tennis è un modo come un altro per raccontare le aspettative di una famiglia medio-piccolo borghese nei confronti dei figli, all’epoca di solito i maschi.
Poi la trama è quello che è, con Favino ex discreto giocatore (un ottavo di finale al Foro Italico come miglior risultato) con un grande avvenire dietro le spalle e un presente da maestro e playboy imbolsito. Ingaggiato dal padre di Felice, a prezzo di mille sacrifici, per accompagnare il figlio nell’attività estiva, Raul Gatti-Favino cerca di cambiare il modo di stare in campo dell’allievo, a costo di fargli perdere qualche partita senza importanza, ma entrambi non ci credono più di tanto e Felice passa da momenti in cui gioca aggressivo ad altri in cui fa il tergicristallo. Ma già a livello regionale questo non basta più e si scontra contro la realtà dello sport, che Velasco ha di recente ben sintetizzato: “Non conta fare le cose bene, devi farle meglio degli altri”.
La storia sta insieme con lo scotch, anzi con la Pritt (impossibile inventarsi i risultati, anche in quell’era pre-internet), con il cameo di una sempre meravigliosa Edwige Fenech, ma ha il pregio di interessare noi tossici del ‘come va a finire’ e di finire in modo emozionante e aperto. Anche al netto del tennis evoca cattivi ricordi, da certi adulti che ti parlano di sesso cercando una sorta di complicità maschile ai fallimenti di cui si incolpa sempre qualcun altro, dalle estati buttate via alla paura di deludere. Per una volta gli anni Ottanta non c’entrano, anzi non capiamo perché il film non sia stato ambientato ai giorni nostri.
stefano@indiscreto.net



La Pritt!
storia un po' mah
nel senso che poteva avere potenziale, ma gli scrittori non avevano nè la capacità nè la profondità per tirar fuori un film che almeno volesse dir qualcosa di particolarmente rilevante e/o speciale.
favino con il pilota automatico, classico film per mettere una tacca sul suo barone rosso.