Da tre settimane stiamo seguendo a tempo pieno il Mondiale, non soltanto con il labile pretesto del lavoro ma perché ancora siamo vivi. Finché ci saranno partite come Portogallo-Croazia significa che non è ancora finita. Per questo stiamo leggendo pochissimo di calcio, fra l’overdose di curiosità e statistiche mondiali scopiazzate qua e là: il quarto più giovane con il cognome che finisce per esse a segnare nei primi dieci minuti di una partita e cose del genere. Proprio due giorni fa abbiamo terminato Le sere dei miracoli - Dieci anni irripetibili a Varese fra basket. imprenditoria e politica, libro che ci sentiamo di consigliare per l’estate ad appassionati di pallacanestro anche tiepidi.
Nel libro Marco Alfieri, giornalista di Varese, racconta l’epopea dello squadrone delle 10 finali di Coppa dei Campioni consecutive, dal 1970 al 1979, di cui 5 vinte e almeno 3 buttate via, non soltanto per raccontare campioni celeberrimi come Raga, Ossola, Morse, Meneghin e Yelverton, la meravigliosa classe media di Zanatta, Rusconi e Bisson (classe media? Ci viene da piangere), i grandi vecchi Flaborea e Vittori a inizio ciclo, i tanti eroi per una notte (il nostro del cuore lo sfortunato Sergio Rizzi, l’eroe di Anversa, protagonista nella prima partita da noi vista in televisione) e allenatori di culto come Messina (Nico, ovviamente), Nicolic e Gamba.
Lo schema di Le sere dei miracoli è quello di inquadrare la pallacanestro della squadra italiana di club più forte di tutti tempi nell’’Italia post boom economico, con i primi segnali di deindustrializzazione e le prime vere spinte contro i partiti che in varie forme governavano il paese dalla fine della guerra. Una specie di proleghismo, con Bossi all’epoca ancora finto medico e superappassionato di basket, come molti leghisti della prima e della seconda ora (lui però non tifava Varese ma Mobilquattro), per certi versi sport più campanilistico del calcio.
Va da sé che il vero protagonista del libro sia quindi Giovanni Borghi, il signor Ignis, uno dei personaggi simbolo di un’Italia che guardava al futuro con ottimismo, ‘cumenda’ come e più di Angelo Rizzoli, misto di genialità imprenditoriale (il frigorifero in ogni casa italiana arrivò con lui), paternalismo, senso del sociale, attaccamento alle proprie radici pur accettando la competizione internazionale, comprensione dei meccanismi umani dello sport, non soltanto della pallacanestro, senza essere un tecnico.
Un aspetto quasi incredibile di questa storia è che il grande ciclo dell’Ignis, poi Mogilgirgi ed Emerson, sia iniziato nel 1968, quasi in coincidenza con l’infarto di Borghi e il suo forzato distacco dall’azienda, con ingresso delle Philips che di lì a poco si sarebbe presa tutto. Alla morte del fondatore, nel 1975 dopo un tumore, sarebbe finita l’Ignis come sponsorizzazione, anche se non come proprietà, portata avanti ancora per anni dal figlio Guido, fino all’operazione che nel 1981 avrebbe segnato un prima e un dopo, il passaggio di Meneghin al Billy.
Purtroppo siamo fra i più giovani a poter ricordare quella squadra dal vivo, quelle due volte in cui giocava a Milano e in televisione (quasi sempre in differita, nel tanto atteso Mercoledì Sport)), e abbiamo quasi sessant’anni, quindi è chiaro che con il passare del tempo la Grande Varese è destinata a diventare roba da Wikipedia, citata come potremmo citare il Real Madrid di Di Stefano, ma senza quel legame emotivo, anche da avversari o da semplici appassionati, che si ha con le cose dei propri tempi. Era un libro che ci voleva. Uno dei pochi urgenti, almeno per noi.
stefano@indiscreto.net




“sia iniziato nel 1968, quasi in coincidenza con l’infarto di Borghi e il suo forzato distacco dall’azienda, con ingresso delle Philips che di lì a poco si sarebbe presa tutto”
Il ‘68 e i segnali di quello che poi sarebbe successo avevano “colpito” particolarmente Borghi, che aveva una sensibilità non comune nell’intercettare le tendenze. Così a inizio anni ‘70 si fece ricevere a Roma dal Divo (copyright Sorrentino) a cui chiese cosa avrebbe dovuto fare, anche se in cuor suo già lo sapeva, e questi gli rispose “Venda tutto” (valutazione fatta poi dal “nostro” rettore Guatri)
La sorella Gina, dapprima estromessa dagli affari di famiglia e poi compensata, è la madre di Confalonieri.
PS: comprerò sicuramente il libro
Edit: l’ho preso per Kindle, stasera lo scarico