Il calcio del figlio
Un libro che racconta bene il rapporto fra genitori e ragazzi, uniti da un sogno inconfessabile e quasi sempre impossibile....
Scrivere un libro interessante sul calcio giovanile è difficilissimo, perché la maggioranza della popolazione maschile l’ha vissuto in uno o più ruoli fra giocatore, accompagnatore, spettatore, eccetera (noi addirittura anche arbitro, ma era per avere la tessera per lo stadio gratis) e pensa di sapere già tutto. Per questo Il calcio del figlio - Storia di genitori, figli e pallone, scritto da Wu Ming 4 e uscito qualche mese fa per Alegre, ci ha molto colpito, distante com’è dalla poesia e dall’epica, ma anche dalla sociologia di quart’ordine.
Lo stile è quello del memoir, ma che la storia sia vera (di sicuro è verosimilissima) importa poco. In pratica è la storia di un padre-accompagnatore, con diversi gradi di coinvolgimento, che segue la carriera del figlio dai Pulcini alla Juniores e intanto osserva il rapporto degli altri genitori con i figli-calciatori, fra amore, aspettative, timori, illusione e disillusione.
Il punto di forza di questo libro, ambientato nella periferia di Bologna (anche se non lo si dice esplicitamente), è che non si riduce a un elenco di episodi più o meno edificanti ma racconta un percorso di crescita che non riguarda soltanto i ragazzi ma anche chi li segue, costretto a destreggiarsi fra le miserie umane e la fame di soldi che c’è nel calcio giovanile ad ogni livello, con genitori-Bancomat, anche i più illuminati, disposti a tutto pur di dare una chance ai figli.
Quasi involontariamente l’autore (Federico Guglielmi, che come tutto il mondo Wu Ming rifiuta la visibilità degli scrittori, che in realtà in Italia non sarebbe un problema visto che non li conosce nessuno) prova la sua tesi: lucidissmo nell’analizzare le dinamiche personali e familiari degli altri, del proprio figlio parla come di un leader benvoluto da tutti, addirittura anche umile nel fare spogliatoio quando viene ingiustamente ( e ti pareva) escluso dall’allenatore.
Non è un libro perfetto, secondo noi è addirittura troppo soft rispetto alla realtà del calcio giovanile, però racconta bene i vari muri che si presentano ad ogni età: quello più alto è fra Esordienti (dagli 11 ai 13 anni) ai Giovanissimi, quando molti mollano o ridimensionano i propri sogni: è durissima per i ragazzi, ma anche per i padri. Un immaginario quasi totalmente al maschile in cui le donne sono soltanto la voce della razionalità. Una realtà che però vale la pena di vivere o di aver vissuto, senza un vero perché.



Ho iniziato a giocare a 6 anni, nei pulcini, e ho continuato per 25 anni.
Mi sembrano problematiche un po' ingigantite o comunque figlie di questi tempi di "eccessi".
Per esperienza personale ne ho vissute di ogni sui campi, però boh, forse una volta era tutto più naif.
Mi sembra chiaro, in questo caso ma non solo, che il problema siano gli adulti che proiettano le proprie frustrazioni sui ragazzi.
Mio figlio di 10 anni è appena passato a una squadra con grande potenziale a Milano. Durante i primi allenamenti a giugno ho visto cose agghiaccianti, tipo mamme in ipertensione per uno stop riuscito del figlio e padri tutti procuratori. La cosa peggiore che ho sentito, un dialogo tra due papà dove uno diceva che avrebbe fatto un test del DNA, all'insaputa del figlio giocatore, per capire quale potenziale di crescita avrebbe avuto. Lamentava infatti il fatto che il ragazzo fosse troppo basso e ai giorni d'oggi se non sei alto non ti considera nessuno (bella cagata)