Nessuno al mondo e nemmeno su Indiscreto sente il bisogno di un nostro coccodrillo su Guesch Patti, per sempre la cantante di Étienne anche se la sua biografia artistica è lunghissima. Fra l’altro il 90% di chi sta leggendo queste righe non ha la minima idea di chi fosse Guesch Patti, al di là del fatto che ci si possa sempre informare. Andiamo direttamente a ciò che vogliamo dire e cioé che nel 2026. nell’era in cui tutto è a disposizione, siamo diventati più provinciali, come testimoniamo le classifiche dello streaming in cui gli stranieri, angloamericani colonizzatori compresi e quindi figuriamoci i francesi, di fatto non esistono.
Prima di Guesch Patti, e in certo senso più radicale di lei, c’era stata Lio. Nata in Portogallo nel 1962 ma cresciuta nel Belgio e poi esplosa in Francia, Lio era qualcosa che l’Italia degli anni Settanta non avrebbe mai prodotto: leggera, ironica, sessualmente dirompente senza alcun dramma. Banana Split del 1979 era una canzone su una ragazza che mangiava un gelato in modo allusivo: arrivò in tutta Europa, eppure in ogni posto i pompini erano già conosciuti su base locale. La meravigliosa Amoureux solitaires del 1980 era una ballata new wave malinconica, l’abbiamo consumata. In Italia entrambe le canzoni giravano regolarmente in radio. Oggi quante canzoni francesi anche superopop ascoltiamo in radio? Ci sembra zero.
Nel 1985 arrivò C’est la ouate, di Caroline Loeb. Era una canzone che paragonava il comfort emotivo all’ovatta. La voce era nasale, quasi caricaturale, il ritmo era post-punk mescolato con il cabaret. In Francia fu un caso. In Italia passò nelle discoteche e nelle radio senza che nessuno si scandalizzasse del fatto che fosse cantata in francese. La Loeb non era una pop star nel senso convenzionale, in questo senso aveva molto in comune con Guesch Patti. Era un’intellettuale che giocava con la musica popolare, fors anche con un certo snobismo.
Il caso più clamoroso di francese pop fu Vanessa Paradis nel 1987. Joe le taxi la rese famosa già a quindici anni, molto tempo prima di Johnny Depp, con tutto quel contorno di lolitismo che faceva discutere bavosi e finti non bavosi. La voce era acerba, lo spazio tra i denti sarebbe diventato iconico, la melodia era un incrocio tra chanson francese e pop radiofonico. Non era una canzone di nicchia, ma certo non era un prodotto costruito per l’export: era una canzone francese, con un testo francese, con un’atmosfera francese. E funzionava ugualmente.
Poi c’era lei: Stéphanie di Monaco. Figlia del Principe Ranieri e di Grace Kelly, sopravvissuta all’incidente automobilistico che aveva ucciso la madre nel 1982, Stéphanie aveva a un certo punto deciso di fare la cantante e negli anni Ottanta divenne un caso mediatico enorme. Ouragan del 1986 arrivò in tutta Europa. La voce non era straordinaria ma l’immagine era irresistibile: la principessa ribelle, quella che si era fidanzata con il suo bodyguard. Ouragan era un buon brano synth-pop, prodotto con cura, e Stéphanie ci credeva davvero. Il fatto che parlasse francese e fosse monegasco-americana non impediva al pubblico italiano di identificarsi.
Oggi sarebbe impossibile immaginare una cantante francese, per quanto brava, per quanto originale, che arrivi stabilmente nelle classifiche italiane cantando in francese. Il mercato musicale italiano è diventato uno dei più chiusi d’Europa: domina il rap e la trap in italiano, il pop melodico in italiano, i cantautori in italiano o peggio ancora in maranzese. Negli anni Ottanta le classifiche italiane erano europee. C’era Nena con 99 Luftballons in tedesco, c’era persino l’eurodisco cantata in spagnolo o in portoghese.
Il cambiamento è cominciato negli anni Novanta, con l’esplosione del mercato anglofono. soprattutto con il britpop, e la progressiva marginalizzazione delle lingue nazionali diverse dall’inglese. Il paradosso è che oggi l’inglese è scomparso anch’esso dalle classifiche italiane, sostituito non dall’apertura ma dal suo contrario: una chiusura provinciale che non assomiglia all’orgoglio identitario (ci piacerebbe, se fosse così, purtroppo non è così) ma all’insicurezza, al chiudersi in sé stessi. Fuori sono cattivi? Invece di prenderli a calci nel culo ci chiudiamo nella cameretta ascoltando canzoni da suicidio.
Guesch Patti era tutto ciò che le classifiche italiane di oggi non accetterebbero: aveva 41 anni quando pubblicò Étienne, era colta, veniva dalla danza, cantava in francese, affrontava temi scabrosi con ironia e senza vergogna. Eppure Sanremo nel 1988 (conduttori Gabriella Carlucci e Miguel Bosé) la invitò, le radio la trasmisero. il pubblico la comprò. Guesch Patti non era un’anomalia degli anni Ottanta, era la norma. Oggi sarebbe invisibile.
Chiudiamo questo articolo scritto di getto e nemmeno troppo bene con la classifica dello streaming in Italia in questo momento: al primo post Ossessione di Samurai Jay e Vito Salamanca, Al secondo posto La testa gira di Fred De Palma, Anitta e Emis Killa, al terzo posto Al mio paese di Serena Brancale, Levante e Delia, al quarto Autorità di Geolier, al quinto Bad Bad Bad di Shiva e Geolier. Solo la potenza del Mondiale è riuscita a far arrivare gli stranieri in top ten: la Dai Dai (da non confondersi con la Dai dai dai di Maurizia Paradiso) di Skakira e Burna Boy è infatti sesta. Addio, Francia di Guesch Patti.
stefano@indiscreto.net



A proposito di Nena, a me mandava in confusione che lei fosse di Hagen mentre Nina Hagen fosse di... Berlino. Son le cose che restano nella memoria, pur se insignificanti.
come canzone francese anni 80 mi piace ricordare Voyage Voyage di Desireless che trovo ipnotica e ascolterei in loop tutta la giornata.