Fra i miti di Franco Rossi è difficile trovarne uno più grande di Joåo Saldanha, di cui in questi giorni si sta parlando tantissimo visto che il protagonista della serie Netflix Brasile ‘70 - La terza stella è lui, più ancora di Pelé (presto la nostra attesa recensione). Agli occhi di Franco l’uomo che costruì la squadra ricordata come la più forte di sempre (o comunque degna di entrare nella discussione fra quelle poche) aveva pregi molto chiari: era brasiliano, era di sinistra, fumava l’impossibile, ma soprattutto era un giornalista che per ben due volte ebbe l’opportunità di mettere alla prova del campo le proprie teorie.
Se tutti, per lo meno tutti i lettori di Indiscreto, conoscono la storia di Saldanha, esonerato poco prima del Mondiale, non tutti ricordano che dieci anni prima più o meno per gli stessi motivi, cioè avere in panchina un giornalista famoso in modo da avere buona stampa, fu scelto dal Botafogo nonostante non avesse mai guidato nemmeno una squadra di dopolavoristi. Era il Botafogo di Garrincha, Nilton Santos e Didì, ma anche dei dimenticati (perché senza la luce della Selecão) Quarentinha e Paulo Valentim, pieno di talento ma senza risultati.
Abbiamo letto, ci sembra nell’autobiografia di Nilton Santos, che la sua mossa vincente nello scontro diretto con il Fluminense fu quella di mettere Quarentinha a uomo, anzi uomissimo, su Telé Santana (proprio lui), con Paulo Valentim lontano dall’area in modo da creare spazio ai tagli di Garrincha, che di solito non si staccava dalla linea laterale. Sarà vero? Certo è che Saldanha era un tattico ma non aveva uno schema rigido in testa, come prova lo stesso Brasile del ‘70. Con il Botafogo vinse il campionato carioca prima di andarsene, infuriato per la cessione di Didì al Real Madrid (che peraltro dopo pochi mesi lo rispedì indietro, visto che Di Stefano lo aveva preso in antipatia), e tornare a fare il giornalista, interrompendo il percorso soltanto per la parentesi pre-messicana.
Caso davvero unico a questo livello, perché anche Pozzo e Meisl erano giornalisti ma avevano più lavori (Pozzo alla Pirelli, Meisl nella sua federazione), con un finale che sembra inventato da noi ma invece reale: al Mondiale del ‘90 poco dopo avere commentato Italia-Argentina per Rede Manchete si sentì male e dopo essere stato portato da Napoli a Roma fu ricoverato al San’Eugenio dove morì in una settimana per embolia respiratoria.
stefano@indiscreto.net


