Fine di Stranger Things
Addio centellinato a una serie incasinata e geniale, che sembra scritta insieme all'ufficio marketing di Netflix...
Abbiamo scoperto di non essere gli unici ad avere visto in piccoli pezzi la quinta e ultima stagione di Stranger Things, peraltro già divisa in tre parti, con l’ultima puntata a Capodanno, dalla stessa Netflix. Lo abbiamo fatto non per mancanza di tempo ma perché nonostante tutte le cose in arretrato da vedere ci dispiaceva rimanere senza Stranger Things, che quindi abbiamo centellinato, nell’ultimo mese appuntamento fisso dopo aver seguito gli highlights di qualsiasi cosa. La liberazione dalle partite regala una vita supplementare, come nei videogiochi.
Se c’è sempre un Simenon che non hai letto, diceva qualcuno che non ricordiamo e che non abbiamo trovato su Google (non è comunque nostra), per le serie televisive funziona diversamente. Quelle ambiziose con il passare delle stagioni costano troppo e quelle con protagonisti giovani devono arrendersi all’età degli attori, prima che alla crisi creativa dei Duffer Brothers della situazione. Credibili come dodicenni nel 2016, quando Stranger Things è iniziato, per quanto alcuni già fuori età, i vari Undici, Mike, Dustin, Lucas e Will nel 2025 lo sono stati a malapena come diciottenni (la storia va dal 1983 al 1989). E in ogni caso tutto era già stato detto, la lotta contro le creature del Sottosopra poteva essere portata avanti soltanto da adolescenti.
Va detto che i riferimenti, anche quelli datati come Stephen King o Lovecraft, sono di gusto modernissimo, senza contare che ogni episodio sembra girato da imitatori di Spielberg, tenendo quindi insieme il citazionismo e il mainstream. Una serie ipnotica, che piace più ai giovani di oggi che a quelli di ieri (a dispetto dell’ambientazione anni Ottanta), una serie che va per accumulo con situazioni sempre più incasinate, ma con un’anima che colpisce più generazioni. Confessiamo di avere pianto, in una delle scene finali.
Si paga volentieri la tassa all’ufficio marketing, che avrebbe potuto tranquillamente cofirmare la sceneggiatura: dalla composizione razziale a quella sessuale, dal giustificazionismo alla fragilità, fino all’assurdo di descrivere un Male senza cattivi (facile prendersela con i demogorgoni) come a suggerire che ‘noi’ in fondo siamo tutti buoni. Ma chi siamo noi? Cattivi giocatori di Dungeons & Dragons. Non vedremo mai più Stranger Things, perché i film si possono guardare 100 volte e le serie solo una, ma bisogna ammettere che è un’opera straordinaria, di quelle che gli americani sanno fare.
stefano@indiscreto.net



Considerazione generale su un aspetto di cui si è parlato tanto, anche qui, anche a proposito di sport. Nell'arco di neanche trenta post abbiamo messo insieme un elenco di capolavori prodotti negli ultimi vent'anni da far paura. Sufficiente senz'altro a dire che non è stata certamente la bassa qualità dell'offerta a instupidire il pubblico (tesi ricorrente). A fronte di questo, sembrerebbe emergere il dato di un pubblico giovane che oggi non regge i 50 minuti della puntata di una serie di quelle spesse. Fa pensare.
Alle tante citazioni pregevoli, adatte a un pubblico di oggi (per quanto attempato), aggiungo con entusiasmo Silicon Valley, sei stagioni tutte scritte benissimo... presa in giro meravigliosa del culto degli startupper (con tanto di garage dove tutto è iniziato...), piena di riferimenti alla realtà...