Perché Enes Kanter è stato espulso da una partita di WNBA a cui stava assistendo come spettatore? Ma soprattutto, perché si chiama Enes Kanter Freedom? La risposta alla prima domanda è difficile, nonostante della vicenda si stia nella bolla dei media discutendo a livello di De Bruyne-Vazquez. In sintesi: Kanter è stato espulso a causa di un alterco verbale con la giocatrice delle Chicago Sky Natasha Cloud, durante la partita fra le Indiana Fever e appunto le Sky alla Wintrust Arena di Chicago, fra le altre cose il campo di DePaul.
Kanter, anzi Kanter Freedom, era a bordo campo con una maglietta nera che riportava la scritta “WOMAN noun. adult human female”, dove ‘noun’ sta per il nostro ‘sostantivo’. Come a dire: questa è la definizione di donna. Nel terzo quarto, dopo un suo canestro, la Cloud si è avvicinata a Kanter urlando, mentre lui si è alzato e ha fatto un passo verso il campo allargando le braccia. Niente di grave, ai nostri occhi europei, da parte di entrambi, ma la sicurezza è intervenuta con una tempestività che avrebbe commosso Maurizio Mosca e ha allontanato Kanter dall’arena (nella nostra testa per sempre palazzetto). Lui non ha opposto resistenza e ha protestato mostrando la maglietta, dichiarando poi di essere stato cacciato “per aver supportato le donne”.
Il contesto è ovviamente la recente controversia sui diritti delle atlete biologiche e sull’eventuale partecipazione di persone transgender allo sport femminile: Kanter si era schierato contro, annunciando come provocazione di volersi candidare al draft WNBA 2027 dichiarandosi donna, Se conta soltanto il genere in cui uno si identifica, perchè no? Un’idea anche per Indiscreto: basta che una decina di commentatori del Muro del Calcio si dichiari donna e potremo dimostrare agli investitori pubblicitari che non siamo un sito per uomini di mezza età. Un pensiero simile a quello di Kanter lo hanno espresso altri ex NBA come Royce White e Larry Sanders, creando un cortocircuito nella lega simbolo della wokeness, che prima o poi dovrà spingersi fino al punto di non ritorno: definire chi è una donna e chi no. Almeno dal punto di vista della competizione sportiva, senza buttarla sui massimi sistemi.
La risposta alla seconda domanda si può secondo noi collegare alla prima, viste le reazioni violente generate. Kanter ha aggiunto Freedom al suo cognome nel 2021, quando è diventato ufficialmente cittadino americano. Per l’esattezza Kanter è diventato parte del nome, mentre Freedom è adesso il cognome. Lui spiegò la scelta perché voleva che la libertà facesse sempre parte del suo modo di vivere: le sue poszioni contro Erdogan (parentesi: la Turchia, paese con cui l’Italia ospiterà gli Europei di calcio del 2032, gli ha revocato il passaporto per quello che è un reato di opinione) sono note, ma per la vomitevole morale degli addetti ai lavori NBA sono state un problema anche le sue dichiarazioni contro la Cina su Uiguri, Tibet, eccetera.
Insomma, chi ha come nemici Erdogan, il mondo woke e il giornalista collettivo che ha messo nel mirino le Fever di Sophie Cunningham e soprattutto di Caitlin Clark, che pur tenendo un profilo basso è oggetto di di tante provocazioni, merita grande rispetto. E la WNBA dovrebbe ringraziarlo, come dovrebbe erigere una statua alla Clark, per l’interesse generato per una lega che nei suoi quasi trent’anni di vita ha sempre operato in perdita, salvandosi grazie all’assitenzialismo della sorella maggiore, che ne è anche azionista principale e all’aumento di valore delle franchigie che finora ha permesso di trovare qualcuno a cui lasciare il cerino acceso.
stefano@indiscreto.net



Il grande ritorno dopo le vacanze del "giornalista collettivo"
ho comprato una maglietta rossa della divina Sophie che indosserò orgogliosamente al forum... Altro giorno però mi è capitato il pomposo post di una specie di think tank (mi viene sempre in mente Albanese in Come un gatto in tangenziale) che sospetto essere un covo di lesbiche dove si magnificava il fatto che un ragazzo (maschio almeno al'angarafe) avesse chiesto al genitori in viaggio negli USA la felpa della Cunningham e della Clark: secondo loro (le lesbiche) sarebbe da leggersi come una vittoria sul patriarcato il fatto che un uomo chieda la felpa di una atleta donna. DOMANDA (retorica): Considerato che si tratta dello stesso "serbatoio di pensiero" che ha toppato clamorosamente mettendo a confronto le foto delle staffettiste e degli staffettisti gridando allo scandalo sul diverso abbigliamento "imposto" dalla cultura maschilista, sono loro che non capiscono una mazza o io che ho comprato la maglietta sbagliata?