Proprio ieri sera, a Finals appena iniziate, abbiamo terminato la lettura di C’era una volta la NBA, il libro di Sergio Tavčar sul declino tecnico della lega più importante del mondo, per motivi diversi mitizzata in Europa sia dai sessantenni, che in gioventù l’hanno intravista e sognata, sia dagli adolescenti che non guarderebbero mai la pallacanestro di casa loro. Ovviamente è un libro a tesi, visto che nel corso degli anni il grande giornalista italo-sloveno, anzi italiano di cultura slovena, che ci ha regalato centinaia di telecronache memorabili soprattutto su Telecapodistria, si è ritagliato il personaggio di antipatizzante della NBA post 1992 e in generale di nostalgico della pallacanestro anni Settanta e Ottanta.
La tesi di Tavčar è che la NBA pur continuando ad avere campioni americani, però sempre meno, e ad importando ormai tutti i migliori europei, sia tecnicamente lontana dalla NBA degli anni Ottanta e che la sua pallacanestro nemmeno sia più definibile pallacanestro, avendo perso la sua anima di gioco scolastico di squadra per fare spazio a esibizioni da campetto, sia pure ad altissimo livello, e a prodezze fenomenali ma che non sono legate a intelligenza, cioè la base del gioco, o lettura dei movimenti di compagni e avversari.
Tavčar identifica il momento di svolta con l’entrata nella NBA di Shaq e poi di tutta una serie di campioni con pochissima o zero educazione a livello di college: da Kobe Bryant a LeBron James, forse il giocatore che più detesta, paradossalmente proprio per la sua intelligenza che gli consente di trarre vantaggio da arbitraggi e filosofia NBA fatti per lo spettacolo a beneficio di un pubblico non competente. In realtà il libro non è manicheo, visto che senza risalire a Magic, Bird e Jordan vengono ‘salvati’ tanti campioni dell’era moderna rispettosi dello spirito del gioco (Duncan, Durant, Garnett, eccetera, gli piace molto anche Kawhi Leonard) contrapposti alla mentalità deteriore degli Westbrook e degli Harden della situazione.
Tesi che attrae noi della Generazione X ma che si basa su un presupposto sbagliato, sintetizzato dal titolo. La cosiddetta ‘NBA di una volta’ noi non l’abbiamo vista ma non l’ha vista nemmeno Tavćar, né in televisione (fino all’inizio degli anni Ottanta è stata invisibile) né dal vivo e le poche occasioni di confronto erano con selezioni di college o con i clinic di allenatori-santoni, quasi sempre anche loro di college, intuendo qualcosa dagli ex NBA che trovavano una seconda carriera in Italia e in pochi altri paesi. Il ‘sentito dire’ dominava, anche fra i giornalisti di settore. A proposito: centratissima la critica di Tavčar all’americanofilia di molte firme, dall’immenso Aldo Giordani in giù, e di quasi tutti gli allenatori italiani. Non una questione da poco, perché poi questi allenatori quasi mai hanno sviluppato un’idea nazionale di basket ma hanno sempre adattato quella americana alle nostre scarse possibilità. Un sentito dire che l’overdose di informazioni e stimoli ha tenuto in vita: Tavčar ammette di seguire poco la pallacanestro di oggi, anche quella europea, accendendosi per un gesto tecnico ben fatto ma senza alcuna speranza nel sistema.
Tornando alla NBA, non sappiamo insomma se davvero Russell e Chamberlain fossero più dentro lo spirito del gioco di quanto lo sia Wembanyama, o se Bob Cousy fosse più ‘tecnico’ di Brunson, mentre un giudizio parziale lo si può dare da Magic-Bird in poi, ricordando che di quella NBA noi vedevamo una partita alla settimana in differita, rare quelle in diretta (di fatto solo le Finals e nemmeno sempre) e quasi sempre con in campo una o due squadre di altissimo livello. Ci esaltavano i Sixers di Doctor J, Moses Malone, Cheeks, Toney e Iavaroni, ma i Rockets di Del Harris o dei Clippers di Paul Silas, per stare sulla stagione dell’anello del Doc, li conoscevamo soltanto attraverso le brevi di Superbasket. Certo fino agli anni Novanta i protagonisti della NBA sono venuti quasi tutti da tre o quattro anni di college con allenatori quasi sempre autorevoli, spesso anche autoritari, che di sicuro gli avevano messo nel cervello un’idea di gioco di squadra.
Chi legge Indiscreto sa come la pensiamo: fra gli sport che presumiamo di conoscere secondo noi la pallacanestro (che, en passant, rimane il nostro preferito) è l’unico che rispetto agli anni Ottanta è peggiorato, nonostante il miglioramento enorme della qualità media dei singoli (cosa che Tavčar non riconosce). Un peggioramento figlio non soltanto della NBA che vuole il circo, perché è peggiorato anche il basket europeo, ma soprattutto di regole, anzi soprattutto di interpretazioni, che permettono di prendere un vantaggio tecnico a giocatori atletici ma scarsi, e soprattutto a una precarietà diffusa che non consente di tenere insieme una squadra nemmeno per una stagione, quindi di affezionarsi a un gruppo o a singoli giocatori.
Non è quindi questione di ‘quanto era bello il tiro dal mid-range di una volta’ e nemmeno di spettacolo puro (qualcuno rimpiange gli isolamenti anni Novanta?) ma di una scelta di marketing ben precisa. La NBA dei giocatori-franchigia contro quella dei giocatori che sono essi stessi una franchigia, una differenza culturale enorme. In Europa poi le cose vanno anche peggio, con progetti della durata di 15 giorni. Concludendo? Oggi abbiamo così tante opportunità di confronto che gli aspetti circensi della NBA e dello sport in generale ci risultano insopportabili, ma della NBA di una volta rimpiangiamo soprattutto noi che che sognavamo la NBA di una volta.
stefano@indiscreto.net



interessantissimo articolo, che però devo rileggere un po' con calma
la prima domanda che faccio è:
nell'NBA degli anni 80/90 avrei fatto le 3 di notte per guardarmi le finals? SI
nell'NBA di oggi mi farei le 3 di notte per guardarmi le finals? NO
tutto qui. è poco, ma è tutto.
Molto interessante, e in effetti nemmeno Tavcar - se non in bassa frequenza, ma solo le finali - poteva vedere la NBA negli anni Settanta e Ottanta. Io ho riguardato varie volte il canestro finale di Brunson l'altro giorno e quei piedi mossi mille volte dopo la prima finta non mi hanno molto convinto...