Delle tantissime volte in cui abbiamo visto giocare Arvydas Sabonis, molte dal vivo (anche a Barcellona ‘92, quando era già un altro giocatore, per quanto immenso), quella che più ci è rimasta nella memoria è la semifinale degli Europei, il 14 giugno 1985 a Stoccarda, contro l’Italia di Sandro Gamba che fra l’altro era campione in carica. Un primo tempo di atletismo, fluidità, dominio totale del gioco inimmaginabili all’epoca anche per un giocatore di due metri e quindi figurarsi per uno di 2.20. In pratica faceva le cose che fa oggi Wembanyama ma da da centro che prendeva e dava mazzate e che di fatto era il creatore di gioco dell'Unione Sovietica a trazione lituana con lui, Chomicius, Kurtinaitis e Jovaisha, mentre il playmaker ufficiale, Valters, era lettone. Quando Obuchov metteva il Tkacenko o il Belostennyi sotto canestro della situazione allora Sabonis si dedicava soltanto allo show, senza altri modelli se non se stesso: fra l’altro non era mai stato un grande appassionato di pallacanestro, a 13 anni era stato costretto a iniziare dal sistema scolastico sovietico che aveva visto in lui il bestione del futuro, soltanto che Sabonis era molto più. Il ventunenne lituano quella sera trascinò l’Unione Sovietica al 73-40. Alla fine del primo tempo. E così splendente, magro, tonico, lo avremmo visto ancora per un anno, fino alla rottura del tendine d’Achille che non gli avrebbe impedito una grande e lunga carriera: ma è come se ci siano stati due Sabonis. Un’apparizione, come Drazen. Chi inizia a guardare la partita completa, nel video qui sotto, non riesce a smettere. Quella pallacanestro senza tamarri tatuati non tornerà più.



A proposito di Drazen e apparizioni. Non potrò mai dimenticare le prime partite, trasmesse da Capodistria, quando ancora Petro giocava al Šibenka e non esisteva la linea del tiro da tre. Hyeronimus Bosch, Modigliani o la reincarnazione di Mozart, come poi scrisse anche qualche anno dopo il grande Enrico Campana.
Assolutamente. La partita di finale playoff 83 ripetuta per volere della Federazione (che con le dovute proporzioni fece [e fa] tornare alla mente i racconti di Aldo Giordani sulla finale olimpica Urss-Usa di Monaco72 e l' interferenza di William Jones) fu qualcosa di indegno, e tra l'altro inferiva a un'azione di gioco (un fallo a favore) in cui era coinvolto Drazen. La programmazione di KC però, come scritto dal grande Sergio Tavcar nei suoi libri e in eventi di divulgazione/incontri, doveva coinvolgere tutte le realtà delle Repubbliche per il messaggio "occulto" (ma non tanto) propagandistico che si voleva "passare" al pubblico italiano. Senza dimenticare che il solo sabato era dedicato al basket. Poi benché questo fosse un impedimento al vedere continuativamente le cosiddette squadre top, il livello di giocatori e di gioco era talmente elevato che squadre comunque eccellenti come Cibona, Jugoplastika, il Borac Cacak (per il quale ho sempre personalmente avuto un debole, e che comunque ha prodotto fenomeni generazionali (non solo poi sul campo da gioco come Kicanovic, Zele Obradovic, l'uomo delle forbici di Nantes al secolo Goran Grbovic e il personaggio forse più meraviglioso di tutto il panorama dell'epoca Radmilo Mišovic) che poi era una simil canterà del Partizan, erano relegate a team di metà classifica. A differenza del calcio che viceversa avendo la programmazione (specie delle top) tutta alla domenica, alla programmazione TV del sabato pomeriggio relegava e regalava si le medio/piccole (ma poi ripensandoci anche ora) realtà. Davvero Umirati u lepoti.