Addio ai culi
L’EBU, insieme a European Athletics, ha circa un mese fa pubblicato le sue linee guida per “de-sessualizzare” (mettiamo le virgolette apposta) le inquadrature dell’atletica femminile. Il documento Raising the Bar: Guidelines for respectful media coverage in women’s athletics, fatto in collaborazione con atlete come Holly Bradshaw, Ivana Španović e Blanka Vlašić, è pubblico e secondo noi anche molto interessante per capire una certa mentalità, quella secondo cui il maschio bianco che guarda un culo in televisione è da perseguire e il maghrebino che molesta alla stazione è da comprendere (in ultima analisi anche qui la colpa è del maschio bianco che non lo ha integrato). Invitiamo a leggerlo in originale, anche perché i disegni aiutano a capire più delle parole.
In parole comprensibili a noi analfabeti della vannacciana periferia Ovest. che stiamo organizzando la cena del calcetto in via Capecelatro, è la fine dei culi delle atlete in primo piano. Niente più riprese dal basso, niente più primi piani insistiti, preferenza per le angolazioni frontali. Non temete, non è il solito pezzo contro l’Unione Europea e i suoi irresponsabili burocrati: l’EBU non ha nulla a che fare con la UE, è un’associazione di 117 emittenti televisive pubbliche di cui fa parte anche la RAI. Tanti i paesi extra UE, dalla Svizzera (sede a Ginevra. fra l’altro) al Regno Unito, fino a Israele, Turchia, Nord Africa, eccetera. In parole ancora più povere di quelle di prima l’EBU gestisce l’Eurovisione con cui siamo cresciuti, quella dei mercoledì di coppa e di Giochi senza frontiere (proprio la settimana scorsa con Paolo Morati si discuteva di Ettore Andenna).
Detto che il nostro podio etero di appassionati di atletica è composto da Alica Schmidt (nota ai canottierati per il lavoro fatto qualche stagione fa al Borussia Dortmund), Sydney McLaughlin e Keely Hodkinson (in Italia al top Elisa Valensin), troviamo queste raccomandazioni ipocrite, perché il corpo e in generale l’immagine fa parte del pacchetto che ci spinge più o meno consapevolmente a seguire uno sportivo, un cantante, un politico: in 5 minuti la Salis da ex martellista e creatura di Malagò è diventata potenziale leader del centro-sinistra… Il marketing sportivo internazionale non ha mai fatto mistero di che cosa vendesse, oltre alle medaglie. Le federazioni di beach volley hanno imposto per decenni regolamenti sui costumi che le stesse atlete hanno più volte definito imposti dall’alto. Il nuoto sincronizzato, la ginnastica ritmica, ovviamente il tennis hanno costruito calendari, campagne fotografiche e format televisivi che hanno esplicitamente monetizzato l’estetica femminile molto più di quanto abbiano fatto per gli omologhi maschili.
È ovvio che oltre all’immagine ci voglia anche sostanza e questo nell’atletica, dove tutto è misurabile, è più vero che da altre parti. E nel tennis la pur ridimensionata Raducanu è una che ha vinto gli US Open e la sbeffeggiata Kournikova, che in realtà smise per problemi fisici, a 16 anni era in semifinale a Wimbledon. L’EBU non è un’entità esterna al sistema che ha costruito questo immaginario, è il consorzio che per decenni ha acquistato e rivenduto pacchetti di diritti sportivi il cui valore commerciale era anche legato all’appeal estetico del prodotto.
Cambiare oggi le regole di inquadratura senza toccare il modello di business sottostante (sponsorizzazioni, format, calendari, costumi di gara) è quindi un’operazione di facciata. In pratica si sposta la responsabilità sul cameraman o sul regista, quando il problema è ciò che si vende, unito alle preferenze di chi compra. Questo approccio è in ogni caso sbagliato per diversi motivi. Primo: è paternalistico. Le atlete sono adulte, professioniste, spesso orgogliose del fisico che si sono costruite con anni di allenamento. Secondo: doppio standard evidente. Non esistono linee guida equivalenti per l’atletica maschile, con tutti quei velocisti che non vedono l’ora di mostrare il petto e gli addominali. Terzo: l’estetica fa parte dello sport e della vita. Fra l’altro l’estetica dell’atletica è sana, positiva, non artificiale. Da insegnare nelle scuole, non da nascondere.
stefano@indiscreto.net





Altro punticino % in più per il Generale.
Non ci resta che Sophie Cunningham...