Poche serie televisive hanno saputo trattare l’attualità come The Good Fight, che fuori tempo massimo abbiamo appena finito di vedere su Sky. Serie criticatissima da destra per il suo wokismo spinto, e del resto è ambientata in uno studio legale con avvocati al 90% neri e al 99% democratici, con discreta percentuale di lesbiche, ma secondo noi trumpiani della periferia ovest (anche se qui in centro ci mascheriamo da liberal alle vongole, mettendo a volume alto La 7 mentre guardiamo la Incardona su DAZN) questo spin-off di The Good Wife è molto più sottile di come sembri nelle prime puntate, perché il pregiudizio democratico e antitrumpiano è portato a un livello così estremo e ridicolo da contenere anche la propria autocritica.
Uscendo da queste considerazioni da Aldo Grasso della mutua (parentesi: ma come fa un critico televisivo ad andare ospite nelle trasmissioni di cui parla?), partiamo dalla protagonista principale creata da Michelle e Robert King, cioè Diane Lockhart (attrice Christine Baranski), sessantenne avvocata di successo di Chicago che poco dopo avere dato le dimissioni dal suo vecchio studio legale per godersi la vita in Europa, fra la Provenza e il Lago di Como (prima del progetto Hartono), scopre di essere stata truffata dal consulente finanziario e così non le rimane che mendicare un posto in uno studio afroamericano specializzato in violenze dei poliziotti, che la serie rappresenta come tanti Cinturrino. Altra parentesi: perché in Italia non si riesce a fare una serie su Cinturrino? Le repliche di Montalbano, ma noi troviamo terribili anche gli originali, hanno stancato.
Uno degli aspetti interessanti della vita di Diane è il marito Kurt, trumpiano moderato, che ovviamente scatena il nostro tifo al pari di Julius Cain, l’unico nero dello studio che abbia il coraggio di dichiarare il suo voto repubblicano. Ma la forza di The Good Fight risiede anche nella caratterizzazione dei personaggi, idealisti o concreti a seconda della circostanze (super Maia Rindell, ma anche Carmen Moyo). Le storie iniziano con l’inizio della prima presidenza Trump e arrivano a metà del quadriennio di Biden, mescolando attualità e satira: il tribunale privato del giudice Wackner è una trovata strepitosa, anche se il nostro personaggio preferito, purtroppo sfruttato poco, è Felix Staples, l’attivista alt-right gay ammiratore e inzigatore di Diane.
Impossibile riassumere tutti i casi trattati dallo studio Reddick, Boseman & Lockhart, e nemmeno lo vogliamo fare, limitandoci ad un elenco di temi: le teorie del complotto da destra, l’ipocrisia liberal, il razzismo dell’antirazzismo, la fragilità del sistema giudiziario, il sessismo e la scarsa solidarietà femminile, la disinformazione come strumento di lavoro quotidiano. Tutto trattato da una prospettiva di sinistra, ripetiamo, ma così ancorato all’attualità da non riuscire a staccarsene per tutti i 60 episodi lungo le 6 stagioni.
Non ce ne sarà una settima, anche se la Paramount l’avrebbe voluta, perché le storie erano quasi tutte concluse e perché i King, abbiamo letto, stanno scrivendo una serie ambientata nella Silicon Valley. Le stagioni già girate non hanno comunque perso di attualità, anzi impressionano per la preveggenza. Ci sentiamo di consigliarle anche a chi come noi non ne può più di fiction su avvocati che non perdono mai una causa, neri (scriviamo in linguaggio 2026) lamentosi, violenze della polizia quasi sempre bianca o latina, donne insoddisfatte. A molti è sembrato così anche The Good Fight, a noi no.
stefano@indiscreto.net



Naaa, mi rivedo Seinfeld
Ottima serie anche se preferisco nettamente The Good Wife. La caratterizzazione dei personaggi, mi permetto direttore, è un impriting USA per me tutt'ora imbattuto. Due serie storiche su tutte: Star Trek TOS e The Guiding Light (Sentieri), entrambe da Oscar Honoris Causa. Chi non ricorda Montgomery Scott o Alan Spaulding?