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Avatar di Gianni Bianciardi

Un articolo del genere fa veramente venire voglia di smettere di seguire Indiscreto.

Al di là di tutti i luoghi comuni.

Avatar di "Il Prof" Roila

Che la Spagna sia una squadra di destra è una gran bella giravolta ideologica sul prato verde, un capolavoro di contorsionismo concettuale, lo ammetto. È sempre affascinante osservare fino a che punto ci si possa spingere nell'arrampicata sugli specchi pur di arruolare una squadra di calcio sotto la propria bandiera politica. D'impatto, certo, però, però, un pizzico di aderenza alla realtà, smonta un po' tutto, a partire dalla favola del "blocco identitario e reazionario": costruire una tesi sul fatto che la Spagna sia una squadra “identitaria e monarchica” perché Felipe VI è in tribuna ed esiste l’Athletic Bilbao significa ignorare la storia recente della penisola iberica: spacciare l'ossatura catalana e basca (Barça e Athletic) come prova di un'identità conservatrice o di destra è un corto circuito clamoroso. Storicamente, il nazionalismo periferico basco e catalano si è formato in diretta e viscerale opposizione al centralismo franchista e alla destra conservatrice di Madrid. Defalcare la loro spinta autonomista per trasformarla in "tradizionalismo di destra" è una capriola logica surreale.

D'altronde, nel pezzo si parla a ragione di "cruijffismo", che è la vittoria del collettivo, certo non della caserma. Il calcio di matrice cruijffiana e guardiolista si fonda sulla condivisione dello spazio, sulla cooperazione, sul passaggio come atto di fiducia nel compagno. Se proprio si vuole applicare una lente politica (esercizio già di per sé forzato), la Roja mette in campo un manifesto di solidarietà collettiva, non il liberismo sfrenato impersonato da Milei.

La forzatura più faziosa è quella sul monopolio sui "valori dello sport": l'idea secondo cui veicolerebbe "valori di destra" (merito, grinta, vittoria) lasciando alla sinistra solo la "mollezza" è un vecchio trucco retorico: l’impegno, la disciplina, il sacrificio e la ricerca della vittoria non sono né di destra né di sinistra: sono semplicemente etica dello sport. Trasformare la capacità di soffrire e vincere in un brevetto ideologico esclusivo è una pretesa debole, che scambia la meritocrazia sul campo con l'elitarismo sociale.

In soldoni, chi ha tifato per la Spagna in questa finale non ha scelto una "nazionale monarchica e reazionaria", ma ha ammirato una squadra capace di orchestrare identità diverse, culture distinte e talenti generazionali in un'unica armonia collettiva. Cercare di dipingere la Roja come la risposta calcistica al libertarismo di Milei o al tradizionalismo monarchico è solo un brillante esercizio di retorica, divertente da leggere ma del tutto privo di riscontro sulla superficie dell'erba.

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