Domenica al MetLife Stadium, sul palco d’onore della finale mondiale contro l’Argentina, c’erano Felipe VI, la notevole regina Letizia, le notevoli principesse Leonor e Sofia. C’era anche Pedro Sánchez, sciagura per la Spagna ma figaccione per donne con le Birkenstock, che dopo mesi di gelo ha stretto la mano a Trump dietro un vetro antiproiettile. Non c’era l’idolo Milei, rimasto lontano per scaramanzia e forse anche perché con Sánchez non si parla più da quando, nel maggio 2024, a un comizio di Vox a Madrid definì “corrotta” la moglie del premier spagnolo, scatenando una crisi diplomatica. Aveva torto? Visto che il lettore di Indiscreto è di target alto, e non segue soltanto i weekend lunghi di Maldini e Leonardo, sarà senz’altro informato sulle ultime vicende della signora.
Tutta la nostra solita polverosa premessa per dire che oltre a noi, che senza una nostra squadra in campo tifiamo per chi gioca a calcio e non a calci, buona parte della sinistra italiana ed europea ha tifato Spagna. Contro l’Argentina di Milei, certo, ma un po’ anche contro tutto quello che Milei rappresenta: la destra libertaria che fa andare fuori di testa i compagni molto più del fascismo (visto che sono fascisti anche loro), l’anti-socialismo, l’insofferenza per lo Stato, il mito dell’individualismo e via luogocomuneggiando. La Roja vista come argine, come squadra “giusta” come per qualche infelice redattore di longform è il St. Pauli. Il problema è che chi ha tifato così ha scelto, probabilmente senza saperlo, la nazionale più identitaria, localista e monarchica del calcio mondiale.
La monarchia spagnola non è un dettaglio pop come in altri paesi. La Spagna è stata una monarchia anche nella dittatura, che Franco stesso pensò come reggenza in attesa di un re, ed è tornata ad esserlo pienamente con la transizione. Il Real Madrid porta il titolo di Real dal 1920, per concessione di Alfonso XIII. Oggi Felipe VI segue le partite della Roja dal vivo, come ha fatto anche in questo Mondiale, e la famiglia reale è parte organica della liturgia calcistica nazionale, dalle premiazioni della Copa del Rey alle tribune dei grandi eventi. Prima che iniziasse la partita di domenica, l’inno spagnolo (la Marcha Real, l’unico inno nazionale al mondo tra i grandi Paesi europei privo di un testo ufficiale, semplice musica di corte adattata a simbolo di Stato: fa abbastanza schifo) ha suonato sotto lo sguardo del sovrano. È difficile immaginare un equivalente italiano, Emanuele Filiberto è nel nostro cuore ma per la canzone con Pupo e Luca Canonici.
È sul piano dei club che il paradosso si fa più netto, perché lì l’identità territoriale non è folklore, è statuto. Il Barcellona si definisce da decenni “més que un club”, più che un club, proprio perché incarna un’identità nazionale, quella catalana, che rivendica una lingua, una storia e, per una parte consistente dei suoi tifosi, un destino politico separato da Madrid. È stato bandiera dell’antifranchismo, vero, ma resta oggi un club-nazione che sventola sistematicamente simboli indipendentisti nei momenti chiave, cosa impensabile per un club neutro. Se il Cagliari usasse un centesimo di questa simbologia verrebbe linciato dai media italioti, a favore dell’autodeterminazione dei popoli ma a patto che siano lontani da noi.
Ancora più radicale è il caso basco. L’Athletic Club di Bilbao ammette in squadra solo calciatori baschi, possono giocare nell’Athletic solo calciatori nati in una delle province basche o cresciuti nel settore giovanile di un club di quelle stesse province, una regola mai scritta in uno statuto (quindi inculando la triste Europa delle regole sui tappi) ma osservata come un dogma dal 1912. E non si tratta di eccentricità folcloristica, ma di appartenenza etnico-territoriale legata anche a una storia di persecuzione politica dell’identità basca. Senza farla troppo lunga, la nazionale di De La Fuente è fondata sui blocchi catalano e basco, con un paradosso nel paradosso, quello di essere visti all’esterno come super-spagnoli.
Parlando solo di calcio, è chiaro che la Spagna sia ormai l’unica grande nazionale riconoscibile anche se indossasse una maglia diversa: più del tiki-taka colpisce che su undici ci siano sette o otto giocatori sempre intercambiabili come ruolo, questo è puro cruijffismo prima ancora che guardiolismo. Giocatori spesso simili fisicamente e in molti casi facili da associare ai loro predecessori: cos’è Rodri se non un Busquets che sa giocare a calcio? In questa squadra identitaria al massimo grado, più bianca dell’Argentina, la scheggia impazzita doveva essere Yamal. Ma un po’ l’infortunio e molto l’essere in un contesto monolitico hanno fatto sì che anche lui sia sembrato normalizzato, funzionale al sistema, in certe fasi quasi il ‘tornante’ di antica memoria.
E quindi? Pensiamo da sempre che lo sport veicoli valori di destra (vittoria contro sconfitta, fama contro oblio, capacità contro incapacità, grinta contro mollezza) anche quando i suoi praticanti e i suoi tifosi come cittadini votano a sinistra. E pur tifando per la Spagna ci è dispiaciuto per l’Argentina, ingiustamente assurta a simbolo del Male. A dirla tutta nei dieci minuti in cui ha buttato il pallone in avanti in qualche modo ha anche rischiato di pareggiare.
stefano@indiscreto.net


Un articolo del genere fa veramente venire voglia di smettere di seguire Indiscreto.
Al di là di tutti i luoghi comuni.
Che la Spagna sia una squadra di destra è una gran bella giravolta ideologica sul prato verde, un capolavoro di contorsionismo concettuale, lo ammetto. È sempre affascinante osservare fino a che punto ci si possa spingere nell'arrampicata sugli specchi pur di arruolare una squadra di calcio sotto la propria bandiera politica. D'impatto, certo, però, però, un pizzico di aderenza alla realtà, smonta un po' tutto, a partire dalla favola del "blocco identitario e reazionario": costruire una tesi sul fatto che la Spagna sia una squadra “identitaria e monarchica” perché Felipe VI è in tribuna ed esiste l’Athletic Bilbao significa ignorare la storia recente della penisola iberica: spacciare l'ossatura catalana e basca (Barça e Athletic) come prova di un'identità conservatrice o di destra è un corto circuito clamoroso. Storicamente, il nazionalismo periferico basco e catalano si è formato in diretta e viscerale opposizione al centralismo franchista e alla destra conservatrice di Madrid. Defalcare la loro spinta autonomista per trasformarla in "tradizionalismo di destra" è una capriola logica surreale.
D'altronde, nel pezzo si parla a ragione di "cruijffismo", che è la vittoria del collettivo, certo non della caserma. Il calcio di matrice cruijffiana e guardiolista si fonda sulla condivisione dello spazio, sulla cooperazione, sul passaggio come atto di fiducia nel compagno. Se proprio si vuole applicare una lente politica (esercizio già di per sé forzato), la Roja mette in campo un manifesto di solidarietà collettiva, non il liberismo sfrenato impersonato da Milei.
La forzatura più faziosa è quella sul monopolio sui "valori dello sport": l'idea secondo cui veicolerebbe "valori di destra" (merito, grinta, vittoria) lasciando alla sinistra solo la "mollezza" è un vecchio trucco retorico: l’impegno, la disciplina, il sacrificio e la ricerca della vittoria non sono né di destra né di sinistra: sono semplicemente etica dello sport. Trasformare la capacità di soffrire e vincere in un brevetto ideologico esclusivo è una pretesa debole, che scambia la meritocrazia sul campo con l'elitarismo sociale.
In soldoni, chi ha tifato per la Spagna in questa finale non ha scelto una "nazionale monarchica e reazionaria", ma ha ammirato una squadra capace di orchestrare identità diverse, culture distinte e talenti generazionali in un'unica armonia collettiva. Cercare di dipingere la Roja come la risposta calcistica al libertarismo di Milei o al tradizionalismo monarchico è solo un brillante esercizio di retorica, divertente da leggere ma del tutto privo di riscontro sulla superficie dell'erba.