Andrea Pirlo non dovrebbe secondo noi guidare la Nazionale perché è un allenatore di basso livello, spacciato per giovane quando ha 47 anni e giùà 4 club nel curriculum, e per Maestro sulla base di quanto faceva con i piedi. Non puoi contattare, o peggio ancora fingere di averlo fatto, Ancelotti e Guardiola, tenendo Conte e Mancini a friggere, e poi presentarti con Pirlo. Che è amico di Maldini, come Mancini lo è di Malagò, come Marotta e De Laurentiis vorrebbero imporre (e far pagare alla Lega!) Conte, eccetera: l’amichettismo fa schifo, ma in tanti chiamano a lavorare con sé persone con cui sono in sintonia. Il punto è che siano capaci. Però in questi suoi improvvisi motivi di ineleggibilità, per così dire, dalla sponsorizzazione di scommesse russe al figlio aspirante procuratore passando per un contratto non ancora rescisso, sentiamo cattivi sapori.
Come se si cercasse un pretesto regolamentare o etico per prendere una decisione che dovrebbe essere soltanto calcistica. Invece adesso politici di ogni colore stanno parlando di Fonbet come se fosse il bookmaker più famoso del mondo quando in Italia nemmeno gli scommettitori più accaniti lo hanno mai sentito nominare, e come se Pirlo, testimonial di Fonbet dall’ottobre 2025, avesse bombardato Kiev o migliorato l’immagine di Putin. Poi Fonbet è davvero un bookmaker importante, a casa sua, con in parte la stessa proprietà (russa) dello United FC di Dubai allenato nell’ultimo anno da Pirlo, e sponsorizza eventi paramilitari, cosa che ha portato alla rottura fra Shevchenko e Pirlo. Ma dall’Italia questo bookmaker non si può usare, anche se ci sono siti che permettono di triangolare senza nemmeno bisogno di VPN, creando una situazione grottesca tipo quella di Polymarket con la Lega e la Lazio. Su tutto c’è la promessa di Pirlo di rescindere immediatamente il contratto con Fonbet, se fosse necessario.
Diverso il caso del figlio procuratore, anzi aspirante procuratore, collaboratore dell’agenzia You First, Nicolò. Il caso non è esattamente uguale a quello di Davide Lippi, che nel 2016 era un procuratore a tutti gli effetti e che costrinse il padre Marcello a non accettare il ruolo di direttore tecnico propostogli da Tavecchio (cosa che non gli impedì di fare danni in maniera informale, visto che fu lui a consigliare Ventura), però di sicuro c’è un problema di opportunità, come del resto per uno dei figli di Maldini, Christian, che collabora con Giuseppe Riso. Il punto non è il regolamento, in questi casi, ma l’immagine della FIGC che si trasmette. Un club di raccomandati e di amici degli amici da decenni, sia nei periodi vincenti sia in quelli perdenti, spesso un ricettacolo di allenatori falliti, che però una volta venivano mandati nelle Under e nemmeno come responsabili ma come assistenti, osservatori, consulenti, eccetera.
Mentre scriviamo queste righe tutto dipende dalla scelta che Malagò sta meditando di fare nella sua Sabaudia: da Pirlo agli ex front runner Conte e Mancini a un nome nuovo, Palladino ma non solo, che stia bene con il maglione nero attillato, e che possa essere venduto come il De la Fuente italiano ai segaioli del progetto, quelli che non capiscono come una squadra, costretta a puntare subito al massimo risultato possibile, sia diversa da un movimento da rifondare dalle basi. Non siamo nel suo cervello e anzi chi ha un filo diretto con lui ha in questa vicenda spesso scritto stupidaggini visto che l’abilità del politico è quella di fare mezze promesse, senza esporsi, a tanti. Di sicuro dire no a Pirlo o a un imprecisato ‘giovane’ teleguidato da Maldini e Leonardo significherebbe che l’era di Maldini e Leonardo è finita prima di cominciare. Questa pagliacciata di Fonbet ha proprio lo scopo di evitare l’arrivo di Pirlo senza far dimettere il direttore tecnico fortemente voluto e che come Pirlo, ma in senso opposto, è giudicato in maniera quasi unanime dagli italiani.
stefano@indiscreto.net


