Mentre scriviamo queste inutilissime righe, vagamente da nerd (più avanti capirete perché), pur di non abbandonare il Mondiale, la nazionale italiana è quindicesima nel ranking maschile della FIFA, così come Musetti è numero 15 ATP e la Paolini 15 WTA. Insomma, a prima vista niente male: meglio di 34 squadre che hanno partecipato al Mondiale, meglio addirittura della Norvegia che ci ha asfaltato due volte nelle qualificazioni ed è arrivata nei quarti. Tutto questo dopo un Europeo fallimentare e una Nations League terminata ai quarti. Ma come è possibile? Gli algoritmi sono una cazzata?
Non proprio, a guardare il resto della classifica. Guidata dalla Spagna con 1.995,88 punti, davanti proprio all’Argentina (1.970,37) e alla Francia (1.948,97), semifinalista come l’Inghilterra quarta. Quinto e sesto posto per Brasile e Marocco, che scavalcano un Portogallo in caduta, mentre il Messico rientra in top ten dopo quattro anni superando una Germania estromessa dalle prime dieci posizioni (e il modello tedesco, il deceentramento, eccetera?). Per l’Italia il quindicesimo posto è comunque il peggior piazzamento degli ultimi sei anni, non lontano dal minimo storico, il ventunesimo del luglio 2018 dopo il disastro di Ventura.
Se la classifica la possono leggere tutti sul sito della FIFA, non tutti sanno come si calcolano questi piazzamenti che permettono di fare un titolo nelle giornate di scarsa ispirazione. In sintesi: dal giugno 2018 la FIFA ha abbandonato il vecchio sistema a punteggio assoluto, in vigore dal 1999, che pesava le partite su una media di otto anni, per adottare una variante dell’algoritmo Elo, lo stesso usato negli scacchi. La differenza concettuale è chiara: non si accumulano più punti in termini assoluti, ma si scambiano punti fra le due squadre in campo, in base a quanto il risultato si discosta da quello “atteso” dato il livello di partenza di entrambe.
La formula base è la seguente e siamo bravi a copincollarla. prima di commentarla.
P = P₍prec₎ + I × (W − We)
Dove:
P₍prec₎ è il punteggio della nazionale prima della partita;
I è il coefficiente di importanza dell’incontro;
W è il risultato ottenuto;
We è il risultato atteso, calcolato a sua volta con una seconda formula.
Non tutte le partite pesano allo stesso modo. La scala del coefficiente di importanza attualmente in uso è questa.
5 punti: amichevole disputata fuori dalle finestre internazionali FIFA;
10 punti: amichevole disputata dentro una finestra internazionale;
25 punti: qualificazioni mondiali o continentali, fase a gironi di Nations League;
35 punti: fase finale di una competizione continentale (Europei, Coppa America, Coppa d’Africa) o finali di Nations League;
fino a 50-60 punti: fase finale del Mondiale, con un moltiplicatore aggiuntivo per le partite a eliminazione diretta dagli ottavi in poi.
È qui il primo squilibrio: un’amichevole di prestigio contro una big vale strutturalmente meno di una qualsiasi partita di qualificazione contro una selezione modesta, perché il sistema premia il contesto della competizione più che la qualità reale dell’avversario in campo.
W assume invece questi valori.
1 per la vittoria nei tempi regolamentari o supplementari;
0,75 per la vittoria ai rigori;
0,5 per il pareggio;
0,5 per la sconfitta ai rigori (nessuna penalizzazione piena);
0 per la sconfitta nei tempi regolamentari o supplementari.
Da notare che il differenziale reti non compare in nessun punto della formula. Un successo 1-0 e uno 5-0 restituiscono esattamente lo stesso W. Il corto muso che si fa algoritmo.
We è la parte più delicata del modello, quella che incorpora la forza dell’avversario:
We = 1 / (10^(−dr/600) + 1)
Formula che va letta così: We uguale a 1 diviso (10 elevato alla meno dr diviso 600 diviso 1). Dove dr è la differenza di punteggio fra le due nazionali prima della partita (punti della squadra A meno punti della squadra B). Più è ampio il divario, più We si avvicina a 1 per la favorita e a 0 per l’outsider: se il divario è enorme, un pareggio della squadra più forte vale come una sconfitta ai fini del calcolo, mentre un pareggio dell’outsider vale quasi come una vittoria piena. La FIFA ha scelto come divisore 600 (contro il 400 standard degli scacchi FIDE), il che rende la curva meno ripida: le differenze di forza pesano meno che in un vero Elo scacchistico, e questo è uno dei motivi per cui il ranking fatica a punire adeguatamente le sorprese o a premiare in modo proporzionato le vittorie nette contro avversari già forti.
Andiamo sul concreto proprio con la finale Spagna-Argentina. Prima della partita la Spagna aveva un punteggio superiore a quello dell’Argentina, quindi dr era positivo e We per la Spagna superiore a 0,5, attorno a 0,58. Vincendo nei supplementari la Spagna ha ottenuto W=1. Applicando I=50/60 (fase finale del Mondiale, partita a eliminazione diretta), il guadagno di punti è stato:
P = P₍prec₎ + I × (1 − 0,58) ≈ P₍prec₎ + I × 0,42
Se la Spagna fosse stata clamorosamente sfavorita anziché favorita, lo stesso risultato (W=1) le avrebbe fruttato molti più punti, perché We di partenza sarebbe stato più basso. È il meccanismo, mutuato pari pari dagli scacchi, per cui battere un underdog rende poco, e batterlo con qualsiasi scarto di gol rende esattamente lo stesso poco.
Va aggiunto un dettaglio che complica ulteriormente il quadro: a differenza del sistema pre-2018, la formula attuale non contiene più un coefficiente esplicito legato alla confederazione di appartenenza. Fino al 2018 esisteva un fattore correttivo (C) che pesava il livello medio della confederazione dell’avversario; oggi quel filtro è sparito, e la forza dell’avversario viene dedotta solo dal suo punteggio attuale — che a sua volta, come si è visto, può essere gonfiato da un percorso fortunato negli incroci intercontinentali. È la ragione per cui le orride nazionali di CONCACAF, CAF e AFC che superano un turno a sorpresa tendono a guadagnare più terreno di quanto il salto di qualità reale giustificherebbe.
Il primo limite è strutturale: il sistema non tiene conto del margine di vittoria. Un 5-0 vale come un 1-0, un gol al 90’ come uno al 10’. Il secondo, più insidioso, riguarda il peso delle confederazioni minori. Le nazionali di CONCACAF, CAF e AFC che arrivano lontano in un Mondiale (Marocco, Egitto, Ghana, ex Zaire, Paraguay) guadagnano punti sproporzionati rispetto al reale salto di qualità, perché il sistema fatica a calibrare in modo affidabile la forza relativa fra continenti che si incrociano poche volte l’anno, quasi sempre solo nella fase finale del torneo. È lo stesso meccanismo che per anni ha tenuto artificialmente alte nazionali già in declino nel vecchio sistema, quando le classifiche restavano ferme per rispondere lentamente ai cambiamenti di merito. Solo che oggi il problema si è spostato dal fattore tempo al fattore geografico.
Il terzo nodo è la punizione per assenza, più che per demerito sportivo. L’Italia non perde punti perché ha giocato male: li perde perché non ha giocato affatto le partite che contavano di più. Il ranking premia chi partecipa e sopravvive anche di un soffio a un torneo. Il quarto problema è la manipolabilità del calendario: le finestre di amichevoli restano un terreno su cui le federazioni possono scegliere avversari comodi per accumulare punti a basso rischio, distorcendo un indicatore che la FIFA stessa utilizza poi per le fasce nei sorteggi di Mondiali e qualificazioni. Da qui la diminuzione delle amichevoli cosiddette di lusso.
E quindi? Meglio un ranking con tanti difetti, che almeno è utile per i sorteggi, che nessun ranking. Fra l’altro pensiamo davvero che l’Italia, chiunque la alleni, sia da ottavo di finale in un Mondiale, un quarto tipo Svizzera (sarebbe stato proprio il nostro percorso) quando va bene. In definitiva l’Italia sta alla Spagna come Musetti sta a Sinner: può sulla carta batterlo, anche se nella realtà con lui ha sempre perso, e anche fare spesso bella figura, ma le cilindrate sono diverse.
stefano@indiscreto.net



Musetti sei mesi fa era ad un infortunio muscolare, subito durante una partita dominata, dal diventare 3 del mondo
Ok, ma Musetti è 15° su millemila.