Abbiamo da poco iniziato a vedere Portobello, la serie di HBO Max su Enzo Tortora e sull’atroce errore giudiziario che gli stroncò la carriera e di fatto anche la vita, con i magistrati impuniti nel senso più ampio dell’espressione, per non parlare dei tanti accusatori in malafede. La recensione quando l’avremo finita, la serie, ma subito un flash personale su un aspetto della vicenda che avevamo rimosso e che non viene quasi mai ricordato: Portobello, che andava in onda il venerdì sera su quella che allora (gli anni sono quelli dal 1977 al 1983) si chiamava Rete 2, era una trasmissione orrenda, che in embrione conteneva diversi filoni che nei decenni successivi avrebbero avuto un successo enorme. Proprio per questo, forse, era una trasmissione orrenda.
Non a caso il successo di pubblico fu eccezionale, anche con l’asterisco della poca scelta televisiva dell’epoca, per il programma che segnò il ritorno di Tortora in RAI dopo otto anni di esilio a causa di un’intervista in cui aveva criticato i dirigenti dell’azienda. Ed era stato il secondo esilio, dopo quello dovuto all’imitazione che Alighiero Noschese aveva fatto di Fanfani (siamo lettissimi nelle RSA, lo sappiamo). Un uomo libero, Tortora, che proprio per questo era antipatico a diversi colleghi appecoronati e anche a molti giornalisti, che non perdonavano il successo raggiunto da uno di loro. Eccezioni positive giganti come Biagi, Bocca, Montanelli e anche il Feltri cronista, che fin da subito si chiesero come fosse possibile credere alle storie piene di incongruenze raccontate da camorristi e mitomani.
L’idea di base di Portobello era quella di un mercato, in cui si vendeva e si cercava un po’ di tutto. Un piazza alla Guardì, un punto di incontro e scambio credibile per una società pre-Internet. Le singole rubriche erano, come tutti sanno, le antenate dirette di tante trasmissioni di oggi. a dire il vero più Mediaset che RAI: il Mercatino, Fiori d’arancio, Dove sei?, eccetera. Grande popolarità avevano gli inventori, persone di provincia fuori dagli schemi che venivano a proporre la loro ossessione e farsi prendere per il culo. Icone assolute erano il pappagallo, appunto Portobello, che si cercava in tutti i modi di far parlare, e dal nostro punto di vista le telefoniste coordinate da Renée Longarini: fra queste le giovanissime Paola Ferrari, Susanna Messaggio e Eleonora Brigliadori.
Insomma, una trasmissione che avrebbe generato tantissime trasmissioni (e infatti Tortora era un genio, una macchina da format, anche per quello che fece nelle prime televisioni locali), ma che ci intristiva nel suo tempo e quindi ci intristisce anche ricordandola nel 2026. L’Italia di De Martino e della De Filippi, per non fare un torto ad alcuna azienda, ma molto più ingenua e senza filtri. Tortora fu uno dei primi, con Corrado, a farla emergere a livello nazionale, con un cinismo secondo noi figlio anche del modo ingiusto in cui era stato trattato dalla RAI quando era apice del successo, fra la Domenica Sportiva e tutto il resto. Come tanti programmi stracitati da chi li ha mai visti, Portobello era secondo noi inguardabile. Ma a differenza del 99% di ciò che si rimpiange era anche molto adatto al gusto di oggi, pieno di personaggi e situazioni adattissimi a diventare virali. Tortora un gigante, anche per il modo in cui avrebbe rinunciato ai privilegi da parlamentare: l’Italia di Portobello non lo meritava.
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Tra i giornalisti che subito si schierarono dalla parte di Tortora, bisogna aggiungere anche Piero Angela.
Di Portobello ricordo uno che voleva far tagliare il monte Turchino per eliminare la nebbia in Val Padana…