Ci voleva Giovanna Botteri per scatenare il tifo per Jannik Sinner, nonostante di solito noi non si tifi per i numeri 1 e meno che mai per i dominatori. Perché la Botteri ce l’ha con Sinner? Tutti avrete letto le frasi dell’ex giornalista della RAI che in un dialogo con Luca Sommi ha tirato fuori i soliti argomenti sulla residenza a Monte Carlo di Sinner, sulle decine di milioni che guadagna, eccetera. La questione Sinner-Monte Carlo è talmente riciclata da essere ormai un genere giornalistico a sé, di un livello inferiore a quello del bar dove almeno gli opinionisti leggono la Gazzetta bisunta sul bancone Sammontana e quindi sono leggermente più avanti rispetto alla Botteri.
Come quasi tutti, ma non la Botteri e Sommi (il punto su Sinner è dopo 1h02’ del video qui sopra), sanno, Sinner pur non essendo residente fiscale italiano, paga le imposte sui redditi prodotti fisicamente in Italia. Nel 2025 ha versato (fonte Italia Oggi) all’erario poco meno di 1,5 milioni di euro sui montepremi vinti nei tornei disputati sul territorio nazionale, con l’aliquota italiana del 30% sui premi sportivi. A questo si aggiungono le imposte sulle sponsorizzazioni e sulle partecipazioni ad eventi con base in Italia, quindi è credibile che superi i 2 milioni l’anno. Insomma, Sinner con una piccola parte del suo lavoro contribuisce alle finanze pubbliche italiane come 400 italiani medi, visto che secondo i dati più recenti del Dipartimento delle Finanze (dichiarazioni 2025, sui redditi 2024), pubblicati il 23 aprile 2026 l'imposta netta media, calcolata su tutti i contribuenti (inclusi gli 11,3 milioni che non versano nulla per no-tax area o detrazioni), è 5.048 euro.
Dettaglio non trascurabile è che tutti i montepremi, non soltanto quelli italiani, sono tassati alla fonte, con punte del 45% per Wimbledon e Australian Open. Insomma, alla fine risiedere a Monte Carlo conviene soltanto per le sponsorizzazioni globali e i redditi percepiti in paesi con trattenute alla fonte minime o zero. Da qui la convenienza nel giocare poche e selezionate esibizioni, come il Six Kings Slam. Ma ovviamente il punto non è quanto Sinner effettivamente paghi, bensì la ricchezza in sè stessa. Anche quando è al 100% frutto dei propri meriti, come nel tennis, senza essere figli per così dire d’arte come ad esempio la Botteri, figlia di un giornalista RAI.
Sinner non ha mai patito la fame né avuto un’infanzia difficile, non si può fare la narrazione buffizzante. Il padre Hanspeter e la madre Siglinde, cuoco e cameriera prima di aprire una casa vacanze al rifugio Fondovalle, a suo tempo gli hanno pagato lezioni di sci e tennis prima che a 13 anni prendesse la sua strada a Bordighera da Piatti, probabilmente a cifre di favore (attualmente frequentare costa sui 40.000 euro a all’anno, ma va detto che quando Sinner vi entrò l’academy non era ancora strutturata) anche se né lui né Piatti hanno mai chiarito questo punto.
Il tema non sono i soldi, ma l’invidia che non soltanto in Italia genera chi ce l’ha fatta soltanto con le proprie forze e quindi al massimo deve ringraziare i genitori per i relativi sacrifici fatti. C’è poi un secondo livello, meno dichiarato ma non meno interessante: la selettività dell’indignazione. Nessuno chiede ad azionisti e proprietari di Ferrero, EssilorLuxottica, Mediaset (dopo essere confluita in MFE), Exor, eccetera, perché le loro sedi fiscali siano all’estero, mentre lo sportivo, soprattutto se non appartiene a una squadra con milioni di dementi che lo difendono a prescindere, è un bersaglio facilissimo. Non ci sembra che come simboli dei ricchi da tassare si prendano spesso John Elkann o Del Vecchio junior.
Nel vecchio Indiscreto avremmo proposto un sondaggio ‘Botteri o Sinner?’ per infliggere un 99 a 1 alla giornalista, in questo ci limitiamo a ricordare i tanti altri che hanno tirato fuori argomenti simili (Cazzullo, Gramellini Augias, in passato se non ricordiamo male anche Vespa), ignorando la residenza fiscale di tante aziende italiane e banalmente anche quella di Musetti, Berrettini, Djokovic, Zverev, eccetera. Su tutto c’è che è immorale che quasi metà del proprio lavoro, come sarebbe con il 43% italiano e per Alcaraz con il 47% spagnolo, vada a beneficio dello stato. Immorale secondo noi, perché diverse correnti di pensiero (anche di tecnodestra, per rendere digeribile la scomparsa del lavoro indotta dall’AI) invece puntano sulla bellezza di prendere uno stipendio o una pensione per non fare un cazzo: un discorso seducente per quasi tutti. Ma se proprio si ritiene giusto tassare a questi livelli, perché non si fa come gli Stati Uniti che tassano la cittadinanza? Non a caso il numero di tennisti americani residenti a Monte Carlo o in altri paradisi è zero.
stefano@indiscreto.net



Facciamo anche zero Botteri.
Peraltro, «figlio d'arte», definizione grottesca, molti giornalisti la usano per appartenenti ad altri settori ma è solo un escamotage per proteggere la propria categoria, che come sappiamo ne è zeppa.
Quando inizieremo ad indignarci per la folle spesa pubblica anziché per le tasse eventualmente non pagate (in questo caso legalmente tra l'altro...) sarà troppo tardi.
Botteri afuera!