Mura dona
Intervista a Paolo Maggioni: dall'inaugurazione della biblioteca intitolata a un grandissimo giornalista alla filosofia della sua Domenica Sportiva...
La settimana scorsa, una bigia mattina successiva a Inter-Bodø/Glimt di Champions, siamo stati all’inaugurazione della Biblioteca dello Sport ‘Gianni Mura’ che nel frattempo è già diventata attiva e funzionante (ogni martedì e giovedì dalle 14 alle 18 e ogni sabato dalle 9 alle 13) presso il suo indirizzo di via Confalonieri 3 a Milano, nel bel mezzo del quartiere Isola. Promotore di tale spazio pubblico, dedicato giustamente ad uno dei giganti della nostra prosa non soltanto sportiva, è stato Paolo Maggioni, milanese, classe 1982, attuale conduttore della Domenica Sportiva e sostenitore della tesi, fin dai tempi delle sue prime collaborazioni con Radio Popolare, che lo sport sia cultura in sé. Certo Mura ha spiegato questo concetto meglio di noi, evitando di fare l’intellettuale o il romanziere fallito, e limitandosi a raccontare con qualità ciò che vedeva sul campo: non a caso le sue vette sono state, almeno secondo noi, le cronache di certe insulse tappe del Tour de France o di certe partite di calcio di fine stagione.
Vi risparmiamo la cronaca della mattinata (una sorta di Hall of Fame del giornalismo sportivo scritto e televisivo, con tanti nomi storici tuttora seguitissimi dal pubblico attraverso la carta dei social) e ci soffermiamo su un numero in particolare: 2173. Vale a dire i volumi sportivi già catalogati presso la Biblioteca ‘Gianni Mura’ grazie alle donazioni di autori, case editrici e cittadini. A margine dell’evento (cosa sarebbe Milano senza gli eventi quotidiani?), abbiamo avuto modo di scambiare qualche battuta con lo stesso Maggioni su argomenti (Mura, deriva del giornalismo odierno, utilizzo mirabolante dello storytelling rispetto alla cruda realtà delle grandi imprese sportive) e temi sempre cari ai lettori di Indiscreto. O perlomeno così ci piace pensare/fantasticare.
Visto che oggi è il “Mura-day” (l’intervista si è svolta lo scorso 25 febbraio. ndr) e si inaugura questa fornita biblioteca, ci può raccontare la sua prima volta in assoluto in compagnia di Gianni Mura?
In origine, ovviamente, l’ho conosciuto da semplice lettore: mi immergevo nella sua rubrica ‘Sette giorni di cattivi pensieri’ e in mille altre sue cronache su Repubblica. Di persona, invece, vorrei ricordare la mia prima ed ultima volta in sua compagnia. La prima, nel 2002, quando a Radio Popolare avevo messo in piedi con Claudio Agostoni una trasmissione a metà tra calcio e letteratura chiamata ‘L’insostenibile leggerezza di Effenberg’: inevitabile, a quel punto, interagire con uno come Gianni che di sport e ottimo lessico aveva fatto un’arte. L’ultima è stata poco prima che morisse (21 marzo 2020, Ndr), la sua ultima intervista in assoluto, quando gli chiesi un ricordo su di un altro grande Gianni del giornalismo, vale a dire Brera. L’eredità di personaggi come Mura, Brera, Viola è impossibile da trasferire in altri professionisti moderni dell’informazione. D’altronde stiamo parlando, nel caso specifico di Mura, di un modello ancora attualissimo.
Lei nasce nel settembre 1982, quando Gianni Mura andava già per i trentasette anni ed era stato inviato ai Mondiali di Spagna. Viene al mondo ad un mese, tra l’altro, dall’improvvisa scomparsa di Beppe Viola...
Beppe Viola mi ha letteralmente cambiato la vita. Io sono nato a Milano, in via Luigi Frapolli, che dista poche centinaia di metri da via Giancarlo Sismondi dove abitava Beppe. Un caso? Chi lo sa… Quel che è certo è che, col tempo, sono diventato amico della sua famiglia e delle sue quattro straordinarie figlie Anna, Marina (scrittrice a sua volta. Ndr), Serena e Renata. Frequentare quelle persone e casa Viola è stato un grande regalo che mi ha fatto il destino. Anche perché, nel mio caso, c’è sempre stato un grande interesse culturale per quel mondo, quella maniera di scrivere e quella Milano in particolare. Da lì è nata anche l’idea di questa biblioteca dello sport.
Come avrebbe reagito uno come Mura, un giornalista così ispido nei confronti delle celebrazioni, a vedersi dedicata una biblioteca alla presenza di politici e colleghi? Ci avrebbe volentieri mandato a quel paese, per non dire di peggio?
Forse sì. Oppure si sarebbe acceso una sigaretta e ci avrebbe detto: “Dai, facciamo in fretta e beviamoci sopra”. Tipico di Gianni e del suo giornalismo “comunitario” che, di suo, sapeva tenere assieme mondi parecchio lontani tra di loro.
Narra la leggenda che, negli anni Novanta, Mura abbia aiutato più di un collega alle prime armi: con un consiglio prezioso, una parola d’incoraggiamento, un numero di telefono altrui a cui proporre una collaborazione. Mi perdoni il cinismo, ma oggi una solidarietà del genere sarebbe così fuori moda. Oppure semplicemente inimmaginabile...
Per me la solidarietà tra colleghi era merce rara anche trent’anni fa… Eppure il numero di Gianni ce lo avevano in tanti… non era così difficile da trovare… e lui nella maggior parte dei casi era disponibile ad ascoltare il novizio di turno. Meglio così, perché questo è un lavoro, sto parlando del giornalismo, che si fa meglio se c’è un maestro in grado di indicarti un percorso. Poi, con il passare del tempo, questo maestro puoi anche abbandonarlo e proseguire con le tue gambe, ma all’inizio è sempre meglio che ci sia.
Qual è la sua idea odierna di giornalismo? Un mestiere con sempre meno lettori tradizionali e sempre più personaggi che si improvvisano “comunicatori” grazie alla scorciatoia dei social...
La verità? Di buon giornalismo oggi ce n’è un enorme bisogno. Perché infinite sono le storie che si possono raccontare da diversi punti di vista.
Però nel 2026 il giornalismo sportivo rischia pure di essere falsamente epico, strillato oltre misura, trattato alla maniera di tanti megafoni che ripetono in loop la stessa polemica di giornata. Non si riesce davvero più a fare le cose con un minimo di garbo ed acutezza di pensiero laterale? Alla Gianna Mura, insomma…
Noi, intesi come Domenica Sportiva, ci proviamo di settimana in settimana. Teniamo vivace il dibattito senza mai scadere nel chiasso. E questo grazie ad una professionista come la mia collega Simona Rolandi e ai nostri opinionisti Adriano Panatta, Stefano Sorrentino, Ciccio Graziani e Lele Adani. Si tratta di persone brillanti, non banali, esperte di comunicazione ma anche di vita. E comunque pure a me, potendo scegliere, piacerebbe una narrazione sportiva più ironica e soprattutto auto-ironica. Naturalmente non dipende solo da noi giornalisti, ma anche da come si presentano al mondo gli odierni sportivi di successo.
Secondo lei lo storytelling, spesso romanzato e con protagonisti i soliti “eroi” del pallone, del ciclismo, del basket, del pugilato o dell’automobilismo, ha fatto più del bene o del male al concetto stesso di giornalismo?
Resto dell’idea che bisogna tenere viva la memoria delle grandi imprese ed oggi, senza il contatto diretto coi protagonisti, è dura raccontare storie così avvincenti. Probabilmente Gianni Mura non parlava spesso di Coppi e Bartali nei suoi articoli di ciclismo perché non li aveva visti correre dal vivo per ragioni anagrafiche, eppure la loro presenza, in mezzo ai campioni della sua epoca, era comunque viva e pulsante. Le storie restano storie. Quando, alla fine di un racconto, ti domandi “Ok, ma cosa c’entra lo sport con tutto questo?”, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Perché la materia sportiva talvolta è solo un pretesto per raccontare altro. Un qualcosa di ancora più grandioso.
Ultima domanda: davvero da giovane lei andava pazzo per il tedesco Stefan Effenberg e per la sua presunta “leggerezza”? Lo domando perché quando nel 2001, proprio qui a Milano, lo stesso Effenberg vinse la Champions League nelle vesti di capitano del Bayern Monaco, be’, era già diventato parecchio fisico e determinante nel suo ruolo da centrocampista centrale...
Pur avendo classe Effenberg era un giocatore roccioso come pochi, ma ovviamente a noi serviva il gioco di parole col famoso romanzo di Milan Kundera (‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’, Ndr). Quello fu un calembour creato dalle menti di Claudio Agostoni e Gabriella Greison per un titolo, ‘L’insostenibile leggerezza di Effenberg’, così epico, genuino e gioioso. Un po’ come vorremmo che fosse questa biblioteca dedicata a Gianni.
Intervista di Simone Sacco






