Per prepararci alle Olimpiadi abbiamo ieri notte visto su Netflix un documentario appena uscito, Miracle: la grande sfida a hockey, che ci sentiamo di consigliare anche a chi non ne può più di sentir rievocare quell’USA-URSS di Lake Placid 1980, quasi in stile Italia-Brasile 3-2. Qui il risultato fu un 4-3, con il gol della vittoria segnato da Mike Eruzione, noto da noi anche per essere il cognato di Chinaglia (Long John, ai tempi margheritoneggiante ai Cosmos, era sposato con sua sorella Connie), nella prima partita del girone che assegnava le medaglie.
La peculiarità di questo documentario, con un titolo italiano orrendo (Miracle: The Boys of ‘80 l’originale), rispetto ai tantissimi altri e anche ai due film stravisti, Miracle on ice (con Karl Malden nei panni di Herb Brooks), girato a caldo per la tv, e il più recente Miracle (protagonista Kurt Russell), è quella di mettere insieme 45 anni dopo quasi tutti i viventi di quella squadra e farli parlare del loro privato, di cosa significassero le Olimpiadi per loro e per i genitori che in molti avevano perso prematuramente. Forse non una coincidenza, venendo in gran parte da famiglie operaie con casa vicino alle fabbriche.
Una squadra giovane, tutta di giocatori universitari e in pochi casi di minors, per quasi metà (9 su 20) già allenati da Brooks a Minnesota, contro i sovietici di Tikhonov dilettanti soltanto per il CIO e pieni di fuoriclasse affermati, dal portiere Tretiak al leggendario Mikhailov, più altri che lo sarebbero diventati come Fetisov, Krutov e Makarov. Tutti giocatori che gli americani ammiravano tantissimo ed infatti nei loro ricordi non c’è la russofobia che ci sarebbe stata in un compitino giornalistico, di ieri e di oggi. Se l’URSS era politicamente il simbolo del male, e con Reagan lo sarebbe diventata ancora di più, il suo hockey era soltanto da adorare. Meno amato, e dai suoi giocatori letteralmente odiato, era Tikhonov che fuori tempo massimo si sarebbe pentito per la famosa sostituzione di Tretiak ('Chi ha sbagliato? Pagliuca?).
Ma al di là della partita che avrebbe lanciato gli USA verso l’oro (l’avrebbero perso se non avessero poi battuto la Finlandia nell’altra partita), a fare la differenza fu il contesto da Guerra Fredda, con Carter che aveva già fatto capire che gli americani non sarebbero andati l’estate seguente alle Olimpiadi di Mosca, come sanzione (sbagliata) per l’invasione dell’Afghanistan, e che fu funzionale alla riscoperta di un patriottismo messo a dura prova dal Vietnam. Da qui le bandiere e lo ‘U.S.A.! U.S.A.!) scandito in tribuna. Se i nostri anni Ottanta sono iniziati con Paolo Rossi in Spagna, i loro sono iniziati con il “Do you believe in miracles?” di Al Michaels. Contro avversari ammirati e per i quali un po’ ci dispiaceva.
stefano@indiscreto.net



Bellissimo. Non vedo l'ora che tutti i Boys of '80 (e pure i sovietici) passino in blocco dal BSMNT per altri aneddoti, battutine e spensieratezza a go go.