Freschi della visione di Michael al cinema, non vi ammorberemo con una scontata recensione. Scontata perché il biopic, soprattutto se pensato per un pubblico globale, ha schemi quasi fissi e si rivolge ai fan: per loro, anzi per noi, Michael Jackson funziona come protagonista, magari anche come vittima, ma certo non come cattivo. Tutto è reso possibile anche dal fatto che la storia si fermi a Bad (dove sei, Kim Wilde?) quindi al Michael trentenne che aveva appena rotto con la famiglia e in particolare con il padre Joe, delle cui cinghiate (del resto (che nel film, autorizzato da parte della famiglia, ovviamente non si vede) era il principale destinario. In sintesi: un onestissimo e spettacolare film di genere, che a noi è piaciuto molto soprattutto nelle parti di ballo. Bravissimo Jaafar Jackson, protagonista e in quanto figlio di Jermaine anche nipote di Michael.
Nel film un discreto spazio viene dato al Victory Tour del 1984, che segnò la fine della presenza di Michael nei Jackson 5 e l’inizio dei suoi guai, visto che l’incidente durante la registrazione dello spot per la Pepsi Cola gli procurò ustioni che fu costretto a curare con farmaci da cui poi sarebbe diventato dipendente. Il Victory Tour segnò anche uno dei rari rapporti di Michael con il mondo dello sport, visto che per un’idea del padre il promoter di quei concerti fu Don King, che di musica sapeva zero ma che grazie alla straordinaria boxe dell’epoca aveva contatti commerciali ai massimi livelli, fatto che gli permise di dare anticipi monstre ai fratelli e soprattutto al riluttante Michael, che non si fidava di lui.
La stella dei Jackson, che per l’occasione erano sei (si era aggiunto anche Randy, più piccolo di Michael), capì subito che a King del tour importava poco, lui voleva soltanto mettere le mani sul marchio Michael Jackson. Famosa è rimasta la lettera aperta a King pubblicata da Rolling Stone, in cui Michael intimava al boss della boxe, grande rivale di Bob Arum, di non utilizzare il suo nome in alcun contesto e in alcuna trattativa. La reazione di King, che nel film non si vede, fu alla King; più volte in pubblico omaggiò Michael del termine ‘nigger’, in quell’era pre-woke già proibito, volendo criticare la sua ambizione di essere una popstar globale, quando invece doveva accettare il suo destino di artista nero. Che come tale, sottinteso, doveva avere un manager nero. La storia avrebbe dato torto a King, visto che Michael Jackson era ed è rimasto anche da morto la popstar del mondo.
Detto questo, il Victory Tour, 55 concerti in 21 città di USA e Canada, fu un successo epocale: 2,5 milioni di spettatori e 75 milioni di dollari di incasso, attualizzati circa 220 di oggi. Di fatto fu il tour di Michael, visto che in scaletta c’erano principalmente canzoni di Off the wall e di Thriller, con i fratelli supporter, ma non soddisfò i cultori dello scudetto dei bilanci: i profitti non coprirono nemmeno gli anticipi dei Jackson (Michael donò il suo in beneficenza, 5 milioni dell’epoca), King non riuscì a gestire Michael, e il suo socio Chuck Sullivan, che era il vero finanziatore dell’impresa, entrò in una spirale di debiti che qualche anno più tardi insieme ad altri problemi lo avrebbe costretto a vendere i New England Patriots e il Foxboro Stadium. Forse Sullivan, morto qualche settimana fa a 83 anni, era l’unica persona che malediceva il Vicitory Tour più di Michael Jackson.
stefano@indiscreto.net



va beh, dipendenza dovuta all'incidente, e neverland c'e' nel film? chi e' ladro per uno e' cleptomane per un altro...
ascoltiamo i dischi e basta va
chissà se prima o poi si farà luce sulla sua morte (vedasi la figura di Phil Spector, la Apple music dei beatles ecc.)