L'Inter di Pellegrini
Nel giorno della disfatta dell'Inter con il PSG l'addio a un presidente che ha speso tantissimo ma vinto relativamente poco. Fra i suoi rimpianti l'unica presenza in Coppa dei Campioni...
Il dio del calcio ha fatto morire Ernesto Pellegrini il giorno della finale di Champions fra PSG e l’Inter, così da non fargli vedere la disfatta della sua squadra, a cui negli ultimi anni si era molto riavvicinato dopo la quasi totale scomparsa durante l’era Moratti, dovuta anche a un accordo all’atto della cessione. Un accordo verbale, che Pellegrini aveva sempre rispettato con stile, senza mai tentare di rientrare nell’Inter nell’era Moratti. Ci avrebbe provato con Thohir, ma questa è un’altra storia e su Indiscreto l’abbiamo già raccontata.
Un presidente appassionato e sfortunato, Pellegrini, che in rapporto alla sua epoca (1984-1995) ha speso cifre enormi ma che ha vinto relativamente poco (uno scudetto, una supercoppa, due coppe UEFA) se si pensa ai tanti campioni ingaggiati. Un presidente di una volta, che come i calciatori di una volta non era migliore ma era senz’altro meno lontano da chi guardava il calcio e da chi lo raccontava.
Spesso impietosito dalla vista dei cronisti in strada, sotto casa sua, una villa in zona San Siro bella ma come sarebbe potuta essere quella di un dentista, vinceva la sua timidezza e li invitava a entrare. Così ci accadde nel 1994, poco dopo la vittoria in Coppa UEFA con il Salisburgo: in soggiorno ci trovammo di fronte proprio la coppa, con cui stavano giocando la figlia Valentina, che allora aveva 13 anni e oggi guida il gruppo, e il loro cane che si chiamava Inter.
C’era già all’orizzonte Moratti, un ritorno preparato da una campagna mediatica non proprio genuina e in seguito accelerato dai guai giudiziari di Pellegrini, e invece di festeggiare Pellegrini tirò fuori tutta la sua amarezza per come era stato trattato dai media e i suoi rimpianti sportivi. Fra questi la Coppa dei Campioni, a cui aveva partecipato una volta sola, quella dopo lo scudetto dei record, anche se con i parametri attuali, cioè le prime 4 della Serie A, ci sarebbe andato quasi sempre: quarto posto nel 1983-84, figlio anche di Fraizzoli, poi terzo, nel 1986-87 ancora terzo, nel 1988-89 scudetto, poi due terzi posti e nel 1992-93 il secondo posto con Bagnoli. Insomma, i paragoni con il calcio di oggi sono scontati ma doverosi. Non stiamo dicendo che Pellegrini in 7 tentativi avrebbe vinto la Champions, ma che c’è una bella differenza fra chi ci provava una volta ogni tanto e chi quasi ogni anno.
E come andò l’unica Coppa dei Campioni, non ancora Champions, dell’Inter di Pellegrini? Male. Sorteggiata contro il Malmö dell’allora emergente Roy Hodgson, che nel 1995 sarebbe diventato il primo allenatore ingaggiato da Moratti che Ottavio Bianchi l’aveva ereditato da Pellegrini, l’Inter perse in Svezia 1-0 con gol dell’iconico Dahlin (che l’anno prima in Coppa UEFA aveva preso una testata da Zenga) e pareggiò 1-1 a San Siro, quando il gol di Serena fu seguito da una traversa colpita da Berti ma soprattutto dal colpo di testa di Engqvist.



Il fatto è che Pellegrini pur vincendo poco ha comprato Rummenigge, Passarella, Scifo (all’epoca il miglior under 21 europeo va ricordato), Matthaus, Brehme, Klinsmann, Sammer e Bergkamp. Non ha vinto perché aveva contro squadre pazzesche, non il Napoli di Mazzocchi e Politano