Come è possibile che uno che ha studiato alla Columbia parli inglese come noi che lo abbiamo imparato con le canzoni di Den Harrow? L’aspetto più ipnotico di Sognando Rosso, il documentario di Manish Pandey (lo stesso del bellissimo Senna) da poco visto su Sky, è proprio il modo in cui Luca Cordero di Montezemolo, forever il LCDM di Sergio Vastano, si esprime raccontando la sua carriera in vari campi, con la Ferrari ovviamente al centro di tutto. Una narrazione in inglese, un inglese corretto ma ben lontano da quello dell’Avvocato, da lui evocato in più punti di un documentario agiografico pieno di buchi (anche senza arrivare alle celeberrime banconote nel libro di Enzo Biagi) ma con diversi punti di forza.
Il primo è l’Italia da cartolina che Montezemolo ‘vende’: il vino, la campagna, i portici di Bologna, Roma guidando la 500, il ristorantino, il vino, appunto la Ferrari. Sarebbe trash se lui non ci credesse davvero e molto, raccontando la sua Italia con un entusiasmo trascinante non soltanto per uno straniero. A parlare è un Montezemolo a quasi 80 anni pensionato superlusso sui colli bolognesi, in una magnifica tenuta, fuori dai giochi ma non al punto di regalare giudizi taglienti. Con mancanza di stile uno dei pochi criticati, sia pure in maniera soft, è il Marchionne che nel 2014 di fatto lo mise alla porta, prima della quotazione in Borsa.
Altro punto di forza di Sognando Rosso (titolo originale Luca: Seeing Red), è la collaborazione totale di Montezemolo, che per una settimana si mette a disposizione di Chris Harris, è la riduzione al minimo della nostalgia anche quando vengono rievocate vittorie come quella di Lauda e Schumacher, l’operazione Azzurra, Italia ‘90… La nostalgia semmai viene allo spettatore canottierato, che per qualche giorno aveva abbandonato il valzer dei portieri di David Messina per leggere le cronache da Newport. Interessanti anche certe dinamiche aziendali, fra scelte sbagliate ed altre lungimiranti: la trasformazione della Ferrari da macchina per ricchi appassionati a brand del lusso fu tutta sua, a inizio anni Novanta.
Molto evidenti sono anche i difetti. Il più ovvio è che questo documentario nemmeno finge equilibrio, passando dalla celebrazione all’autocelebrazione di Montezemolo, sia pure con una certa misura. Poi al netto delle tante omissioni (il motivo per cui fu esiliato alla Cinzano, la Juventus, l’ennesima faida agnelliana che lo prese in mezzo, i cattivi risultati del post-Schumacher, gli aspetti politici delle varie crisi della FIAT) tutto viene affrontato con una certa superficialità, ipotizzando di rivolgersi a uno spettatore che a malapena sappia chi sia Montezemolo. Insomma, un film fatto per gli stranieri: non è un difetto, basta essere stranieri.
stefano@indiscreto.net



diciamo un documento comunque interessante, che spiega una fetta della storia Ferrari post-Enzo, fatte salve alcune "dimenticanze" che ovviamente sono state dimenticate (e vorrei vedere)
piccola nota personale: preferisco sentir parlato un inglese così "semplice" e terra terra alla Montezemolo che un inglese alla Paola Maugeri, che mi sembra super fintissimo del tipo "senticomeparlobeneinglesemahaisentitocomeparlobeneinglese?"
Le banconote nel libro di Enzo Biagi ... non me le ricordo più.
Dannaz'.