I documentari di Netflix e in generale delle grandi piattaforme di streaming hanno tutti, con poche eccezioni, lo stesso schema e il pur promettente Le Bus – Les Bleus en grève, dove grève sta per sciopero, appena visto in preparazione del Mondiale, rientra perfettamente in questo discorso. Un caso famoso, nello specifico la ribellione dei giocatori della Francia contro Domenech a Sudafrica 2010, qualche testimonianza con espressione (pay) profonda e tormentata, immagini d’epoca e una grande domanda alla Giacobbo che rimane sostanzialmente senza risposta. Il tutto per il famoso ‘pubblico di 190 paesi’ preso giustamente per il culo da Nanni Moretti nel suo Il sol dell’avvenire.
Le bus è il pullman della nazionale francese fermo su un campo di allenamento di Knysna, in Sudafrica, il 20 giugno 2010, con i giocatori chiusi dentro in segno di protesta. E il protagonista è ovviamente Raymond Domenech, che ha concesso a Netflix l’accesso al suo diario personale: niente di esplosivo, solo pensieri e riflessioni, tutto inferiore a qualsiasi dichirazione da conferenza stampa dell’allora commissario tecnico francese.
Avendo collaborato con la produzione Domenech non può fare la parte del cattivo totale, ma il wokismo di Netflix non può nemmeno attaccare i giocatori, quasi tutti neri. E così una storia potentissima, piena di tensioni razziali, di interventi politici alla cazzo (la ministra Bachelot, governo Sarkozy, a 16 anni di distanza fa la stessa figura meschina fatta in diretta) e anche di misteri più interessanti del nome della talpa (che poi non era una talpa, Ribery nel dopopartita aveva parlato apertamente) che avrebbe raccontato ai media il litigio fra Domenech e Anelka nell’intervallo della partita con il Messico, è rimasta incanalata sui binari delle faccette, dei primi piani, di banalità pronunciate con aria grave.
Va da sé che un’opera del genere, senza una tesi argomentata e senza una sola battuta di Ribery, Anelka, Toulalan e Gourcuff valga poco, con tutto il rispetto per Evra, Gallas e Bacary Sagna. Perché la Francia di Knysna non era spaccata solo sulla questione della fascia di capitano o sugli allenamenti di Domenech, ma anche lungo linee identitarie ben più profonde e non solo di pelle (le storie personali di Ribery e Gourcuff non potrebbero essere più diverse), con il tutto amplificato dai media. Non è che un documentario sul Mondiale di una nazionale possa analizzare nel dettaglio la questione delle banlieu e degli immigrati di seconda generazione, ma siamo comunque lontani da Bearzot che non convoca Pruzzo e Beccalossi. Insomma, noi tossici Le Bus dovevamo vederlo ma si può anche tranquillamente saltare.
stefano@indiscreto.net


non conoscevano ancora la zelanza direttore
Documentari sportivi su piattaforme di streaming è una categoria di intrattenimento a cui sono allergico.
L'unico che mi era piaciuto, a memoria , All or Nothing, Tottenham edition, con Mou a fare l'Al Pacino.