L'anno di Rino Marchesi
Lo scudetto sfiorato da un allenatore di vecchia scuola, che non ha fatto la storia del calcio ma quella del nostro calcio sì...
Addio a Rino Marchesi, che qualunque lettore di Indiscreto conosceva e che quindi ci permette di saltare il coccodrillo scritto magari non da ChatGPT ma alla ChatGPT sì. Di sicuro Marchesi era un allenatore di vecchia scuola, al confine del catenacciaro, e di vecchie buone maniere (oltre che con tanti interessi culturali, senza però trovare uno storyteller che lo facesse passare per intellettuale). La domanda del marziano è ovvia: come fece ad arrivare ottavo un Napoli che aveva appena acquistato Maradona di 24 anni, Bagni, Daniel Bertoni e Penzo? Tutta gente inserita in un contesto dove c’era la classe media di Castellini, Bruscolotti, Ferrario, Dal Fiume…
Va detto che la stagione prima, in cui Marchesi era subentrato a Santin nelle 10 partite finali, era stata ancora peggio con l’undicesimo posto (su 16 squadre!), ma il ricordo di tutti era per la prima incarnazione napoletana di Marchesi, in cui davvero aveva sfiorato uno scudetto che oggi tutti raccontano come una corsa Juve-Roma decisa dal gol annullato a Turone. Uno scudetto con una squadra nemmeno paragonabile a quella dei quattro scudetti napoletani e di altri sfiorati, tipo quello dei 91 punti di Sarri.
Uno scudetto che sarebbe stato storico, il primo del Napoli. per una squadra senza grandi campioni, con l’eccezione dei resti (ma che grandi resti) di Ruud Krol, ripescato dalla NASL, che Marchesi convinse a fare il libero all’italiana più che alla Krol, in una difesa che aveva Bruscolotti e Ferrario marcatori, con Marangon sulla sinistra. Quel Napoli operaio, che segnava pochissimo, raggiunse il primo posto in classifica a 5 giornate dalla fine, 35 punti come Juventus e Roma ma con un calendario molto più facile: tre partite con squadre di bassa classifica, la Fiorentina e lo scontro diretto con la Juventus al San Paolo mentre Juventus-Roma si sarebbe giocata a Torino.
Per farla breve, quel 26 aprile 1981 al San Paolo il Napoli si suicidò contro il Perugia di fatto già retrocesso: autogol di Ferrario al primo minuto, con lo stopper che con una assurda spacata, senza essere pressato, scaraventò dietro la spalle di Castellini un innocuo cross di Di Gennaro (proprio il futuro campione d’Italia a Verona e predecessore di Adani come seconda voce RAI). La squadra di Marchesi giocò anche una buona partita contro Bagni e compagni, poi la sfortuna (palo di Claudio Pellegrini, il migliore dopo Krol in quella stagione), le parate di Malizia, eccetera, con la Juventus che intanto vinceva a Udine e la Roma che pareggiava ad Ascoli.
Il Napoli poi avrebbe pareggiato 1-1 con la Fiorentina, con Juve e Roma vincenti, poi nel giorno di Juve-Roma si sarebbe riavvicinato vincendo a Como, dando addio allo scudetto il 17 maggio, giorno in cui si votò per una vagonata di referendum (ben due sull’aborto, uno dei radicali e uno del Movimento per la vita) alla penultima giornata, quando la partita con la Juventus fu decisa da un altro autogol, questa volta di Guidetti a metà secondo tempo per anticipare Verza che stava andando a deviare un cross rasoterra di Tardelli. Una partita ben giocata da una squadra che di fronte aveva in pratica la Nazionale. Con addio a uno scudetto che sarebbe stato tecnicamente più incredibile di quelli di Cagliari e Sampdoria, paragonabile soltanto a quello del Verona. Lo scudetto di Marchesi, che obbiettivamente nell’anno con Maradona avrebbe invece fatto male anche se Maradona aveva di lui una grande opinione, al punto di suggerire il suo nome a Ferlaino nel 1989, prima che la scelta di Moggi cadesse su Bigon. Non ha fatto la storia del calcio, Marchesi, ma ha fatto quella del nostro calcio.
stefano@indiscreto.net




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