La donna di Omnitel e Vodafone
I cinquant'anni della modella e attrice australiana come pretesto per ricordare la finanza italiana ai tempi di D'Alema. Peccato che non sia dedicato prima a vela e olio...
Megan Gale compie 50 anni, ma ce la ricordiamo tutti più di un quarto di secolo fa, quando nello spot Omnitel turbò un doganiere messicano e anche buona parte dei telespettatori, sulle note di Believe di Cher. Grazie a quello spot in poche settimane la ragazza nata a Perth (perché non ingaggiarla come madrina di Milan-Como?) il 7 agosto 1975 passò da modella australiana sconosciuta a icona della bellezza femminile atletica e aggressiva, pur senza essere mascolina. Insomma, la ragazza australiana come ce la immaginavamo.
Nessuno sotto i trenta anni ovviamente può ricordare Omnitel, ma lo spot è di sicuro sopravvissuto al marchio. E Megan Gale, al di là del fatto che per alcuni anni sia stata fra le donne più popolari d’Italia, facendo anche cinema (il top Vacanze di Natale 2000), è andata anche oltre, visto che è stata il volto sia di Omnitel sia di Vodafone Italia, periodo Omnitel-Vodafone ovviamente compreso, con altre pubblicità che i media estasiati (in fondo il cellulare, non ancora smartphone, a Natale arrivava) definivano iconici ma che non avrebbero mai raggiunto le vette del primo, dalla trama peraltro incomprensibile, probabile frutto di migliaia di brainstorming tra pubblicitari fighetti milanesi o pugliesi camuffati.
Al di là di Megan Gale, è interessante ricordare la storia di Omnitel anche per capire molte cose dell’Italia di oggi, a partire dell’uso (e soprattutto dal mancato uso) del golden power, o golden share che dir si voglia. Omnitel era nata nel 1994 come Omnitel Pronto Italia, joint venture tra Omnitel Sistemi Radiocellulari Italiani (fondata da Olivetti, Lehman Brothers, Bell Atlantic e Telia) e Pronto Italia (con partner come Zignago Vetro, AirTouch e Mannesmann). Con un’offerta di 750 miliardi di lire, Omnitel si aggiudicò la licenza GSM, rompendo il monopolio della mitica SIP (poi TIM) e lanciando i suoi servizi nel dicembre 1995.
Per farla breve, nel 1999, Olivetti cedette le sue quote in Omnitel (che all’epoca aveva 9 milioni di clienti) a Mannesmann, che acquisì una partecipazione maggioritaria del 53,7%. E poi nel 2000 Vodafone AirTouch, dopo aver completato l’acquisizione di Mannesmann, prese il controllo di Omnitel, avviando un processo di rebranding. Nel 2001 il marchio divenne Omnitel Vodafone, nel 2002 Vodafone Omnitel e, nel 2003, semplicemente Vodafone, rimanendo tale fino ai giorni nostri (ma quali sono poi i giorni nostri?). L’anno scorso Vodafone Italia è stata acquisita da Swisscom, dando vita a Fastweb + Vodafone, questa è attualità.
È invece storia, ma davvero una brutta storia, quella del ruolo della Olivetti di Roberto Colaninno in tutta la vicenda, propedeutica alla cialtronissima scalata di Telecom Italia, solo in piccola parte finanziata dai soldi presi da Mannesmann. La scalata ostile di Olivetti a Telecom, proprio in quel 1999, fu fatta da Colaninno attraverso la controllata Tecnost. Con un valore di circa 61.000 miliardi di lire (circa 31,5 miliardi di euro, come potere d’acquisto 49 di oggi), si trattò della più grande operazione di LBO (leveraged buyout in pratica l’acquisizione di un’azienda contraendo un debito garantito dagli asset dell’azienda stessa) fatta in Europa fino a quel momento.
E allora? Dove stava il problema? Chi se ne frega di Colaninno? Intanto l’Olivetti era un’azienda in crisi, molto più piccola di Telecom Italia che all’epoca era di fatto priva di debiti. L’OPA fu finanziata da un gruppo di banche, oggi quasi tutte defunte o rebrandizzate: Comit, Cariplo, Monte dei Paschi, BNL, Mediobanca, Lehman Brothers…. Alla fine Colaninno, Gnutti e gli altri del loro gruppo, uniti nella Bell, una finanziaria lussemburghese, con l’1,5% del capitale misero le mani su una delle più grandi azienmde italiane, caricandola, come abbiamo detto, di debiti.
L’OPA fu ostacolata dall’allora amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, che propose una fusione con Deutsche Telekom per creare un colosso europeo delle telecomunicazioni. Fu invece favorita, se non auspicata, dal governo italiano presieduto da Massimo D’Alema, ma anche dalla stranissima neutralità del Tesoro (ministro era Ciampi, direttore generale Draghi…) che aveva una pertcipeazione decisiva in Telecom, senza contare l’indifferenza della Banca d’Italia di Antonio Fazio.
Il risultato finale, per l’Italia, fu la perdita di un’azienda italiana di enorme successo come la Ominitel e l’indebitamento di Telecom con effetti che durano ancora oggi, senza stare a elencare i mutamenti nell'azionariato (nel 2011 arrivò Tronchetti Provera, eccetera). Insomma, una perdita di sovranità tecnologica, mentre D’Alema e i media quasi compatti esaltavano quelli che definirono ‘capitani coraggiosi’, bagnandosi per le dimensioni del LBO, che al di là degli americanismi da sudditi frustrati è il ricucciano ‘Froci con il culo degli altri’.




Io c'ero e conosco la storia di Omnitel Mannesman e Vodafone. Quel governo permise una delle più grandi porcate a danno di due aziende italiane, Telecom e Omnitel ( partecipe anche il tanto osannato, ma vile affarista, Draghi). Il tronchetto dell'infelicità completò l'opera di devastazione.
“Megan Gale, al di là del fatto che per alcuni anni sia stata fra le donne più popolari d’Italia”
Popolarità ben capitalizzata e prontamente reinvestita in un appartamento a Bondi e un cottage a Tamarama…
“Insomma, la ragazza australiana come ce la immaginavamo.”
Mi consenta…l’immaginario era già stato occupato da una certa Elle Macpherson…
“Fu invece favorita, se non auspicata, dal governo italiano presieduto da Massimo D’Alema”
La merchant bank di Palazzo Chigi ha riaperto i battenti…con ancora MPS al centro…
Ps Meghan Gale abituale frequentatrice (con fidanzato e senza…) dei locali preferiti di Erminio Ottone…