Io sono notizia
Lo straordinario successo della docuserie Netflix su Corona ci ricorda che fino a pochi anni fa, già con internet di massa, i giornali vivevano benissimo...
Partiamo dalla recensione da Aldo Grasso della mutua: Io sono notizia sembra in molte parti quasi una brutta copia di Falsissimo, quindi lo one man show di Fabrizio Corona con l’aggiunta di velleità da massmediologi frustrati. Questo non toglie che i cinque episodi della docuserie di Netflix, in Italia un successo straordinario a conferma della svolta local-pop della piattaforma, li abbiamo guardati agilmente e che ci abbiano anche colpito, soprattutto nelle interviste a Nina Moric e alla madre di Corona, Gabriella, entrambe lucidissime nell’analisi del fenomeno Corona anche se con toni diversi: più arrabbiati quelli dell’ex modella, più amari quelli della madre. Interessanti ma già sentite le parole di Lele Mora in vestaglia (il nostro primo ricordo personale di Corona dal vivo è proprio di lui e Mora, spiaggiati su una specie di trono al defunto Casablanca), noiose le parti con Enrico Dal Buono e decisamente inspiegabili quelle con Matteo Chigorno: la società contemporanea spiegata da uno che ha ammazzato e fatto a pezzi un uomo.
Detto questo, del racconto di Corona è notevole la descrizione di un mondo mediatico ben diverso da quello di oggi, anche se si stava parlando della Milano di Vieri e della Canalis, la Milano in cui Erminio Ottone stazionava ai confini del privé, storia di vent’anni fa ma quasi di oggi. Con giornali che pagavano decine di migliaia di euro foto e servizi esclusivi, che finanziavano appostamenti di settimane, che facevano e disfacevano carriere, che dettavano l’agenda alla televisione e anche a un web dove ancora i VIP, con i social network agli albori, avevano bisogno di usare i giornalisti e di farsi usare. La Milano di Costantino e Daniele, che paragonata a quella di oggi ci sembra quasi da rimpiangere (asterisco: abbiamo nostalgia di tutto). In ogni caso Corona, uno dei suoi principali beneficiati, alla crisi del giornalismo ha risposto nel modo migliore: diventando lui stesso personaggio, ma questa volta personaggio indipendente, non più cavalier servente della Moric, di Belen e di Mora.
La parte più interessante è per noi stata quella sugli anni della formazione, nella Milano da bere in cui suo padre Vittorio, direttore di riviste come Moda e King (chi se le ricorda? Le leggevamo anche), era fra i giornalisti più corteggiati dagli stilisti e da un certo tipo di jet-set. Vittorio Corona, in seguito vicedirettore di Fede a Studio Aperto, lo avremmo trovato qualche anno dopo alla Voce, dove eravamo l’ultima ruota del carro (ma guadagnavamo abbastanza da vivere bene da soli a Milano… certo erano 32 anni fa) e dove lui da vicedirettore riusciva a convincere Montanelli a fare quelle prime pagine terribili, con fotomontaggi scaccia-pubblico, che contribuirono ad affossare un quotidiano che ci è rimasto nel cuore, avantissimo come filosofia (la gente conosce già le notizie, diamole per scontate e andiamo oltre) ma sbagliatissimo politicamente, di destra e al tempo stesso antiberlusconiano. Facile la psicoanalisi da bar, ma per noi Fabrizio è stato un giornalista più bravo di Vittorio. Solo che, come molti ragazzi di buona famiglia, per non parlare di quelli di cattiva, è attratto dall’immagine del duro e del delinquente: il suo problema è stato questo, a parte Trezeguet.



eh vuoi mettere la fallaci che intervista deng xiaoping con gli sgoob sugli orifizi delle soubrette
ma anche basta dai, tra tutto quello che si potrebbe rimpiangere del giornalismo e della societa', proprio i corona padre, figlio, ecc?
rimanendo alla tv, gente come carmelo bene che cazzeggia su cosa sia il teatro sulle reti rai, biagi che va a intervistare sindona in carcere, ecc... ecco, se ci fossero robe cosi' su instagram o tik tok non ci sarebbe nessun problema, il media e' irrilevante
Se Fabrizio, come dice il Direttore, ha battuto il padre sul piano mediatico, ciò che ci spiega la serie (bella, ma alla lunga troppo ripetitiva) è che perlomeno il buon Vittorio ha surclassato il figlio per quanto riguarda la fedina penale pulita e per non aver mai esplorato l'orifizio del suo primo datore di lavoro.