Sono fatto così: lo so che Desmond Morris, appena scomparso alla bella età di 98 anni, rimarrà nella storia per La scimmia nuda, ma con questo libro non sono mai riuscito ad andare al di là di qualche pagina mentre La tribù del calcio l’ho letta e anche riletta, visto che qualche anno fa ne è uscito un aggiornamento che poco aggiunge all’edizione del 1981, se non la prefazione di Mourinho (con una delle sue frasi di culto, “Chi conosce solo il calcio non conosce il calcio”) ma che ha il pregio di esistere nella mia libreria, mentre l’originale, bellissimo anche solo da sfogliare per le tante foto che aveva, è andato perso in uno dei cinque traslochi che credevo definitivi.
Non si tratta comunque di un libro di nicchia, anche se ha venduto moltissimo meno dell’altro, e per un po’ mi è anche stato sul cazzo visto che si trattava, e tutto sommato ancora si tratta perché le sintesi dell’AI esentano dal leggerlo davvero, della classica opera molto citata dai giornalisti sportivi che vogliono sembrare intelligenti, che ogni due minuti ti vogliono ricordare che loro potrebbero scrivere e raccontare ben altro. Invece con gli occhi di oggi è un gioiello, che anzi trovo più adatto a chi segue il calcio su DAZN, senza perdersi una parola di Hernanes e Bazzani, che a chi vuole fare il sociologo e l’antropologo della mutua.
Il tono poi è leggero e divertente, quasi distaccato, adattissimo ai tifosi perché scritto da un non tifoso (Morris vide la sua prima partita a 45 anni e per un po’ fece il dirigente dell’Oxford United solo per motivi di studio) che li analizza nella loro globalità, vedendone i tratti comuni e non le molto presunte caratteristiche uniche. Per Morris il calcio è una tribù moderna, con i suoi riti, i suoi totem, i suoi sciamani (gli allenatori), i suoi guerrieri (i giocatori), i suoi fedeli (ovviamente i tifosi) e le sue cerimonie collettive (le partite). Le esultanze dopo un gol diventano rituali di vittoria tribale, lo stadio un territorio sacro da difendere, il trasferimento di un giocatore un tradimento, e così via. Tutto, anche nell’era del calcio-business analizzata nel 2016, può essere ricondotto a istinti primordiali ed in fondo il successo sempre maggiore del calcio allo stadio lo dimostra.
Impossibile sintetizzare il libro e nemmeno lo voglio fare, quindi vado sulle cose che più mi hanno colpito. La prima è l’analisi delle esultanze dopo i gol: Morris arriva ad analizzare 28 tipi diversi di esultanze, trattandole come veri e propri rituali di vittoria tribale. Morris interpreta queste azioni con lo sguardo dell’etologo: il gol rappresenta l’uccisione della preda (la porta avversaria è la “pseudo-preda”, il pallone è l’arma) e l’esultanza è il momento di affermazione di status all’interno della tribù, in cui il marcatore dimostra di essere un grande cacciatore. Abbracciare i compagni serve a rafforzare la coesione del gruppo, esattamente come fanno molte scimmie dopo una vittoria in uno scontro. Rivolgersi verso i tifosi è un atto di offerta rituale: il giocatore condivide il successo con il proprio clan, ricevendo in cambio energia e approvazione collettiva. Colpiscono le considerazione sul togliersi la maglio, oggi gesto più raro rispetto a qualche anno fa: viene letto come un gesto di spoliazione, con il guerriero che si denuda per mostrare il proprio corpo vittorioso, un comportamento che si ritrova in varie culture tribali dopo una battaglia vinta.
La parte che però ci è piaciuta più di tutte le altre è quella sul portiere. Nella visione di Morris il portiere non è un cacciatore come gli altri, è piuttosto un difensore del territorio sacro, una sorta di guardiano protettore della porta (il tempio del villaggio tribale). È l’unico giocatore che può usare le mani, un privilegio che lo rende diverso da tutti gli altri e lo avvicina a un ruolo quasi magico. Morris nota come il portiere spesso stia fermo per lunghi periodi, osservando il gioco da lontano, come una sentinella o un guardiano di confine, e come fra tutti i giocatori sia quello con più rituali: dal toccare i pali, al battere le mani a tanti altri. Il tuffo è come un atto di sacrificio estremo: il portiere si lancia letteralmente per salvare il territorio della tribù. Fra le righe mi è sempre parso di notare la passione di Morris per questo eroe tragico, l’unico giocatore che può essere considerato colpevole anche quando la squadra vince. Un errore del portiere viene vissuto come un tradimento del guardiano verso la tribù, dieci errori clamorosi di un attaccante vengono dimenticati dopo un gol fortunoso. Però una grande parata di Jascin, Banks e Zoff rimane nella memoria a volte più di un grande gol, di sicuro ha qualcosa di più eroico.
Libro che ad ogni pagina ti fa dire “Sì, è proprio così’” e che pur con uno stile asciutto sa commuovere, come quando attraverso Steve Heighway racconta il pianto del calciatore, da non mostrare mai in pubblico e soprattutto al proprio pubblico ma che nello spogliatoio davanti ai compagni ha un senso. Io poi piango solo a sentire Heighway, ma è un altro discorso. Per concludere: dovrebbe essere un libro obbligatorio, ma ci rendiamo conto di quanto sia destabilizzante anche per il marketing giornalistico oltre che per i tifosi, visto che tutti amiamo sentirci diversi.
stefano@indiscreto.net





Heighway mito assoluto, un levriero sulla fascia, forse solo Robertson del Forest, qualche anno dopo, mi ha emozionato allo stesso modo.
edit. Lo so che aveva il 9, non giocava sempre sulla fascia ma in diverse zone, ecc ecc. ma per me ingobbito e in fuga sull'ala, inesauribile all'ennesimo scatto contro avversari sfiniti era il massimo
E del volo plastico di barella con successivo rotolamento che ne pensa il nostro? E i rituali nostrani di accerchiamento dell'arbitro ( ma sempre restando nei confini del buon senso come scriverebbe la gazz a)?