Il Coach ed io
Dan Peterson, nel giorno in cui compie 90 anni, raccontato in maniera eccezionale dallo scomparso Franco Casalini....
Oggi Dan Peterson compie 90 anni, ma la sua celebrazione è iniziata qualche decennio fa, complice il prematuro (a 51 anni) ritiro dalla carriera di allenatore per dedicarsi quasi totalmente (tolto il periodo da dirigente a Bologna e quello da consulente a Venezia, più i mesi romantici nell’Armani 2010-2011 fra Bucchi e Scariolo) alla comunicazione. Siamo di parte, ma la migliore descrizione di Peterson, in maniera competente e affettuosa, l’ha secondo noi data Franco Casalini in un libro da noi prodotto, E via… verso una nuova avventura!. Franco, suo assistente in tutti i 9 anni interi di Olimpia, dal 1978 al 1987, i migliori della loro vita (e anche della nostra, per quello che conta), compiva gli anni poco prima del Coach, 1 gennaio contro 9, ma era molto più giovane. Ci ha lasciato nel 2022, a 70 anni. Riproponiamo qualche parte del primo capitolo del libro, scritto da Franco insieme a Mino Taveri.
“E così, sarai tu il mio assistente? Bene, non hai idea del culo che ti farai!”. E giù una risata sguaiata, come a dire: hai voluto la bicicletta? Pedala, adesso. Questo fu il mio primo impatto con il coach. Stava per dirigere il primo allenamento con la sua nuova squadra, ancora in giugno, appena arrivato da Bologna e reduce dalla finale persa contro la Mobilgirgi. Era un arrivo voluto, ma non all’unanimità. Infatti dopo l’ultimo risultato la stampa scriveva cose così: “A Milano arriva un perdente”.
Da Bologna in treno, naturalmente: perché ‘’la mia macchinetta’’, come chiamava la sua preistorica 500 bianca con le portiere controvento, l’avrebbe portata a Milano in settembre: partenza al mattino, arrivo nel pomeriggio inoltrato. Non credo potesse superare i 60 all’ora. Salvo poi lasciarla posteggiata davanti alla sede più o meno fino a fine stagione senza mai, ovviamente, usarla. Dan non amava molto guidare, avrei capito solo in seguito il perché: forse sono stato l’unico testimone oculare della sua abilità al volante.
Qualche tempo dopo andammo a Treviso a visionare la squadra che dovevamo incontrare. Treno fino a Venezia, quindi macchina a noleggio in piazza Roma. Al momento del ritiro dell’automobile, non so per quale impulso, mentre sto per infilare la chiave, il coach mi fa: “Lascia Franco, guido io”. E via a duecento all’ora, senza pensare né a incroci, né a paesi, né soprattutto a scalare le marce. Arrivammo a Treviso in quindici minuti circa. All’ingresso del palazzetto “Le Piscine” (non c’era ancora il Palaverde), il malcapitato addetto ebbe la pessima idea di fermarci. Eravamo senza biglietto. Credo se lo sogni ancora adesso cosa gli disse il coach. Resta il fatto che, non so perché, in quella occasione, dei giochi di Treviso non capii nulla...Che sia stato il viaggio in auto? Mah…
Torniamo a quel primo allenamento. Alla presenza del suo predecessore Filippo Faina. Precisazione doverosa. Non si erano mai visti né prima, né, credo, si sarebbero visti dopo: signori come Pippo ne nascono uno ogni cento anni! Primo impatto con i ragazzi, quasi tutti giovani. Boselli, Gallinari, Friz ed altri juniores più, forse, Ferracini e il povero Borlenghi: breve presentazione, mai amato i lunghi discorsi, poi via coi suoi esercizietti. “MAI!, PALLA!, TUFFI!, STARE GIU’!, MANI FORTI!, MANI VELOCI!, AVVICINARSI, RIMBALZO STRANO!”. Tutta roba di reattività, agonismo, carattere, ad altissimo ritmo: mai visto, né immaginato, niente di simile. In quella prima occasione fu lui a comandare la trafila ed eseguire, con quasi tutti gli esercizi che prevedevano il lancio del pallone da parte del coach. Alla fine disse a me e Guglielmo Roggiani (il primo anno eravamo in due ad assisterlo, ma al momento della frase di cui sopra, quella del ‘culo che ti farai’, Guglielmo non era ancora arrivato in palestra): “Avete visto? Bene, ricordatevelo, perché da settembre sarete voi a fare l’allenamento, io starò in mezzo al campo”. Altra novità assoluta, per l’Italia. Non contatele, saranno un’infinità. Cominciavo a capire cosa intendesse.
L’indomani vado a prelevarlo all’hotel Rosa dietro piazza Fontana, a due passi dal Duomo, per portarlo alla Malpensa. Lo aspetto in macchina, esattamente davanti all’ingresso (cosa che oggi appare impossibile, vero?), ma Dan non arriva. Cominciamo bene, penso fra me e me. Intanto esce una bellissima ragazza ed eccolo arrivare dietro di lei. “Ciao Franco, scusa il ritardo – si giustifica - stavo prendendo informazioni su quella ragazza”. Poi le urla a squarciagola, in mezzo al traffico del mattino: “Ehi! Torno a settembre, ok? Adesso andiamo”. Poco prima della Malpensa un’esclamazione: “Ma qui è come il Wisconsin!”. Fu l’unico commento, per via degli alberi prima dell’aeroporto. A settembre!
Lo rivedo agli Europei Juniores, a fine agosto. A parte i quattro vecchi, D’Antoni, Ferracini e Sylvester più l’altro americano (Mike non era ancora italiano all’epoca, Sly sì) che sarebbe arrivato, al solito, come avremmo capito in seguito, a ridosso del campionato, si dovevano scegliere gli altri giovani. I Boselli, Gallinari e Friz erano sicuri, mancavano ancora due posti da assegnare. Lui venne a Roseto dove giocavano Anchisi e Battisti, proprio per decidere. Non era una scelta facile, primo perché c’erano altri ragazzi nel vivaio che meritavano e secondo, se non soprattutto, perché all’epoca non c’era mercato durante la stagione: con quelli cominciavi, con quelli finivi il campionato. Non si poteva dunque sbagliare. Infinite discussioni, durante l’estate, con Cappellari e Roggiani, per vivisezionare questo e quello: difende poco, si allena bene, o male, chissà come reagisce il tale alla prima squadra, e via con i dubbi, legittimi e responsabili, ciascuno con i propri prescelti. Non nascondo che io spingevo per i due di Roseto, dal momento che li avevo allenati fin da quando erano quattordicenni. Finisce l’ultima partita, saliamo in macchina, stavolta la mia. “Ma ‘sti due ragazzi, si cagano addosso, in partita?”. “Direi di no, coach – rispondo - abbiamo appena vinto il titolo juniores”. “Ok, li mettiamo in squadra”. Tempo necessario per prendere la decisione? Non eravamo neanche al casello di Roseto. “Ed ora svegliami in via Caltanissetta”, dice mentre si stende verso il finestrino. Buonanotte! (…)
(…) Essere dei suoi significava tante cose, dalle piccole alle grandi. Primo: se c’è da discutere io sto dalla tua parte, a prescindere. Una volta, di ritorno da un allenamento, mentre guidavo, lui aveva per le mani il giornale, completamente immerso nella lettura. Ad un tratto, come capita ogni tanto, ebbi una discussione con un altro automobilista, con il quale cominciai a berciare ad alta voce. Senza nemmeno capire cosa fosse successo alzò gli occhi dalla pagina e iniziò ad insultare il povero pilota, dal quale ci separammo ben presto. Appena finita la litigata, di quelle fortunatamente solo verbali, riprese tranquillamente la lettura senza ulteriori commenti. Nemmeno a chiedermi cosa fosse successo. Lo ridestavano, al solito, le ragazze: memorabile il viaggio Palalido-sede del 28 novembre 1978: il migliore dell’anno. “Avvistate sei fighe! Bravo Franco!”. Bravo??? (…)
(…) Difficile trovare nel corso di nove anni fianco a fianco un momento di ilarità nell’esercizio delle sue funzioni. Troppo professionale è il suo approccio per lasciarsi andare a frizzi e lazzi, né gradiva altro comportamento da parte di staff e giocatori. Ma capiva quando, come e dove fare eccezioni. Nel girone di ritorno del primo anno una sua abitudine, che aveva praticato anche a Bologna, era quella di appendere in spogliatoio grandi cartelli con i ritagli di giornale relativi ai successivi avversari allo scopo di tenere desta la concentrazione. Così che i giocatori, nel cambiarsi, avessero sempre in mente chi dovevano incontrare, acquisendo anche (non c’erano altre informazioni, allora) notizie utili alla bisogna. Alla fine dell’andata mi convoca e, secondo la sua solita prassi, mi affida il compito spiegandomene le finalità. Ed io cominciai: la prima giornata, la seconda... Poi iniziai a mettere una figura un po’ meno seria, tipo Renato Villalta che dichiara, grazie ad un montaggio, “Lasciatemi stare, sono stanco!”. O una facezia del genere, niente di particolarmente comico. Immaginate la sua faccia quando entrò in spogliatoio, quella prima volta, e vide lo scempio che ne avevo fatto. Fortuna volle che qualcuno che contava (ovvero uno dei quattro vecchi: Toio, Mike o Sly, poichè Kupec non capiva ancora bene l’italiano) ne parlasse in quel momento, cosa mai successa prima quando i cartelloni erano rigorosamente seri. Sdoganate immediatamente le cazzate: a lui interessava solo che pensassero alla partita, in che modo non importa. Ovviamente la cosa mi incoraggiò, fino a comporre gli ultimi manifesti solo con fotomontaggi e facezie varie. Ne ricordo ancora uno, che riscosse un particolare successo: una foto della famiglia di Cliff Meely, grande americano di Rieti, sulla quale avevo applicato, a tutti, una faccia da cane. Comunque, non credo necessario spiegare perché, dall’anno successivo i cartelloni vennero aboliti. (…)
(…) Già dopo il secondo scudetto con Pesaro (quello di Joe Barry Carroll) il coach dava segni di stanchezza. Anche se non lo dava ad intendere, almeno a me. Fatto sta che il presidente, Gianmario Gabetti, mi convocò nel suo ufficio, prospettandomi la possibilità di subentrare. Nel caso, me la sarei sentita? Certo, presidente. Ma non se ne fece nulla, come è inutile ricordare. L’anno successivo, dopo lo scudetto vinto in finale sulla Caserta di Boscia Tanjevic e Tato Lopez, il coach si prese molto più tempo per decidere. E difatti, stavolta, il colloquio con il presidente fu molto più operativo: programmi e strategie, oltre a ingaggio da capo. Passa qualche giorno, e vengo di nuovo convocato. “Mi spiace, ma Dan ha cambiato idea: vuole fare un altro anno. Accetta di stare da assistente ancora?”. “Sì, certo, anche se ho rifiutato un paio di offerte. - Ed era vero, una di queste era Reggio Emilia - Magari, possiamo riparlare anche dell’ingaggio...”.
Ripensandoci, uno del suo carattere non avrebbe mai lasciato senza raggiungere l’ultimo obiettivo della sua carriera, quella Coppa dei Campioni sfuggitagli una volta a Bologna e due volte a Milano. Una motivazione troppo forte, non solo per lui. E il nostro abbraccio lungo, intenso, davanti alla panchina di Losanna, quando Jamchey sbagliò il tiro da tre della vittoria alla sirena, significò tante cose. Una vittoria sospirata dai tempi di Grenoble, tanto agognata quanto difficile, per come era andata la partita. Soprattutto significò la consapevolezza della fine di una collaborazione durata nove anni, anche se dovevamo ancora giocare i playoff di campionato. Vinto il quale mi riconvoca Gabetti. Entrambi memori dei due colloqui precedenti, eravamo quasi in imbarazzo nel riparlare di cose già ampiamente discusse, ma stavolta il presidente non ebbe dubbi. “Stia tranquillo, questa è la volta buona”. Io, per la verità, non ero ancora certo della cosa. Tornai a casa con qualche perplessità, fino a quando non suonò il telefono: era Dan. “Allora, Franco, come ti senti da capo allenatore? Comunque ti senta, sappi che ora sono cazzi tuoi!”. Ecco qua, il mio rapporto con Dan: da Il culo che ti farai a Son cazzi tuoi. Ma in mezzo c’è tutta una vita.
Estratto del primo capitolo del libro E via… verso una nuova avventura - 1978-1990: la squadra della nostra vita, di Franco Casalini e Mino Taveri, con prefazione di Dino Meneghin e postfazione di Mike D’Antoni, prodotto da Indiscreto nel 2011



Libro bellissimo letto in un amen appena uscito, la domenica vado da Casalini a farmelo firmare "Coach libro bellissimo" "Eh la madonna lo hai già letto", quanto manca Casalini...
Chiunque abbia vissuto quegli anni (i migliori anni come dice il Direttore) ha una sua immagine di Peterson, la mia è di un prepartita (contro la Berloni), eravamo tutti fuori dal Palalido in attesa di entrare quando lui arriva a piedi, da solo, attraversando la circonvallazione dal bar Lido.. in rispettoso e timoroso silenzio, rotto da quelche urlo di incitamento, la folla si è aperta come passasse Mosè tra le acque del mar Rosso. L'ennesima dimostrazione che Milano lo amava (e lo ama), mi è capitato di dirlo al Coach anni dopo e ha sorriso soddisfatto...
Letto anche io il libro e molto apprezzato!! Casalini poi telecronista a Sky dava proprio l'idea di essere una brava persona oltreché preparatissimo.
Per motivi anagrafici di quella Olimpia storica ho potuto solo leggere e recuperare qiaouce filmato su Youtube. Ad ogni modo la coincidenza che la fondazione dell'Olimpia Milano (o la data che si prende per valida ma non cambia la sostanza) coincida con la data di nascita di Coach Dan Peterson è una coincidenza clamorosa da far pensare che non sia solo coincidenza....
Ad ogni modo grandissimo Dan sempre molto lucido e ficcare in ogni intervista/articolo.